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/ 03 March 2010

Traduzione intervista Buren-Fiaschi

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TRASCRIZIONE DELL’INTERVISTA A DANIEL BUREN E LORENZO FIASCHI

Galleria Continua – San Gimignano
di Alessandra Casadei


Alessandra Casadei: Quanto è importante rimettere al centro del dibattito contemporaneo, l'opera?


Daniel Buren: Questa sarebbe davvero una buona idea. Sì c'è molto lavoro, penso, molto molto lavoro, perchè è ormai pratica generalizzata, accentuata negli ultimi vent'anni ad oggi, aspettarsi che la società e persino gli artisti debbano passare davanti al proprio lavoro. Tutto ciò, che non definirei certo come novità, è portato avanti da tutto un sistema per cui l'artista è posto prima del suo stesso lavoro nella maggior parte dei casi, anche se per fortuna esistono alcune eccezioni. C'è ancora oggi tutto un sistema che si pone prima non solo degli artisti ma chiaramente anche ai loro lavori che diventano sempre più lontani: sono innanzitutto gli organizzatori che si prendono il merito degli artisti e stanno davanti alla scena, così come alcuni collezionisti, etc etc. Tutta questa gente e tutte queste armature, direi tutte queste strutture del sistema generale, si collocano molto prima dell'arrivo e del discorso sull'opera d'arte, o meglio sull'opera qualunque essa sia ed è solamente per questo che l'opera viene riconosciuta perchè tutta questa gente comprende l'artista, ha qualcosa da dire, c’è. Si crea così un movimento per cui l'opera si colloca se non alla fine, sicuramente dopo tutti questi discorsi.


A.C.: E per quanto riguarda una galleria? Soprattutto per una galleria come la vostra che sceglie anche opere particolari…


Lorenzo Fiaschi: Come Galleria Continua, noi dagli inizi - mammamia, da vent'anni, Daniel! - abbiamo messo volentieri l'opera al centro e una delle cose che abbiamo sempre chiesto agli artisti, almeno il 99% delle volte è stato di mostrare delle opere nuove che vuol dire entrare in stretta relazione con l'artista e godere della creazione, quindi di capire, di essere vicino all'artista nel fare, nel pensare l'opera e vederla nascere sotto i nostri occhi. Quindi sia per Maurizio, per Mario e per me è stato sempre importante cercare la creatività non tanto il guscio; non è un caso che siamo a San Gimignano non è un caso che siamo in Cina dove non c'è la democrazia e non è un caso che siamo nella campagna francese.

Vogliamo dare il tempo, la calma dove l'artista può operare dove l'artista può realizzare dove noi anche possiamo concentrarci sull'opera. Quindi il togliersi dal rumore per ascoltare meglio l'artista che crea l'opera. Anche nei progetti che abbiamo fatto come “arte all'arte” o in tutte le cose che nel contesto può essere anche momento di ispirazione all'opera.

Il nome, il lato fashion, il lato scandaloso dell'opera, per fare rumore, per fare pubblicità, fare spettacolo non c'è mai piaciuto troppo. Non è un caso che io abbia sempre detto che mi piacciono “gli artisti che parlano nell'orecchio”, cioè le opere urlate, scandalose, oscene, pornografiche che devono scandalizzare..cosicchè i media subito sopra parlino non dell'opera ma dello scandalo dell'opera..ecco..questo non lo trovo interessante.

E mi piace anche andare a cercare l'artista che fa l'opera lontana anche dal nostro mondo e anche lì non è un caso che da vent'anni nella Galleria non abbiamo mai lavorato con artisti che fanno parte del potere dell'arte, che sono gli artisti americani e gli artisti tedeschi che hanno la maggiore forza d'impatto a livello economico e di potere di visibilità dell'arte. Casualmente, non è mai stata una scelta di dire: "no americani, no tedeschi!"..è stato un caso che tra l'altro è stato un collezionista a farci notare: "perchè non avete artisti americani o tedeschi?" Io ho fatto: "Ohibò! come?! aspetta.."

Poi abbiamo visto che…va beh..europei ma anche cinesi, indiani, sudamericani, cubani perchè è proprio l'opera che ci ha ispirato a scegliere l'artista, non il nome dell'artista. I famosi, oggi, Pascale

Marthine Tayou o Carlos Garaicoa, o Subodh Gupta, nel 2000 non erano nessuno, cioè non abbiamo scelto loro perchè erano i nomi degli artisti à la page, erano le opere che ci piacevano quindi noi siamo andati dietro all'opera!


A.C.: Da qui passiamo direttamente alla seconda domanda, dato che è su quanto il contesto possa influenzare quella che è la produzione, la costruzione e soprattutto la fruizione dell'opera d'arte..


D.B.: Fate a me questa domanda?


L.F.: No, perchè lui è il maestro dell'opera in situ…Quant'avete, cinque ore?


D.B.: Io posso appena rispondere alla vostra domanda dato che tutto il mio lavoro è cominciato su questo tema, nel '67 e non ne è ancora uscito. Quindi chiaramente io non posso che rispondere per me. Lavorare in rapporto al luogo, al contesto in rapporto a quel che si può creare, dare, perchè non si tratta semplicemente di raccontare una storia in un nuovo contesto..è tutto quello che faccio, dunque è come lo faccio e continua ad essere per me assolutamente essenziale per la ragione, una delle ragione che oggi non ho per nulla dimenticato, che è quella di rimettere in prospettiva, insieme ai problemi che questa pone. E diirei anche la speculazione..magari non è la ragione più importante né la più interessante, ma approcciarsi al luogo come io immagino che vada fatto significa che il contesto rimette in questione tutta la produzione di quel che si andrà a fare, la produzione di oggetti, e dunque sull'opera: sul suo senso, la sua qualità, etc etc.


L.F.: Per Daniel è talmente importante che a volte per le Gallerie è drammatico!


D.B.: Sì, lo so in effetti..


L.F.: Io ricordo la mostra che abbiamo fatto a Pechino, in Cina, dove Daniel aveva pensato un progetto, aveva avuto l'idea…tutto pronto, tutto a posto..Quando è arrivato poi alla Galleria, per fortuna un po' di tempo prima dell'inaugurazione..Ha guardato intorno, ha cominciato a pensare..Praticamente ha cambiato tutto! Quindi il contesto, il rapporto fisico tra il luogo e l'artista determina anche delle scelte importanti.


D.B.: E' una difficoltà che conosco da molto tempo, quella della galleria, e che io definisco "guastare e continuare". Ci sono gallerie con le quali ho lavorato dalla fine degli anni sessanta e che hanno combattuto per trent'anni e che oggi continuano ad espormi: in quel periodo non vendevano nessuno dei miei pezzi e nonostante ciò mi chiamarono ancora due anni dopo la prima esposizione, facemmo un'altra mostra e continuarono a non vendere nulla, etc.. Da un certo punto di vista queste persone il cui mestiere era vendere delle opere non riuscivano a fare il loro lavoro, ma dall'altra era molto interessante capire che non è affatto facile che a volte sono i galleristi ma direi i collezionisti e anche tutto lo spettro dell'arte che deve eventualmente accettare questo tipo di lavoro con le sue costrizioni. Certamente dopo dieci anni alcune gallerie più recenti, più giovani che mi hanno invitato, finalmente, seppur trovando qualche difficoltà tecnica, penso che Lorenzo lo sappia, ma non difficoltà insormontabili riuscirono a convincere e a farmi accettare dai collezionisti.

Perchè non è sufficiente che la galleria sia intelligente e ti faccia fare un lavoro se poi non riuscirà a sbarazzarsene e non potrà mai venderlo a qualcuno. E per chi lo fa va molto bene e per chi compra vuol dire che il prezzo è buono etc..

Quindi non è per forza una battaglia persa in partenza, ma direi piuttosto che è una battaglia sull'opera, giustamente, che implica tutta una serie di parametri e non possiamo dire, si tratta di sempre di pensare...di dire, che un lavoro come questo sicuramente ha bisogno del luogo ma che per le sue costrizioni, così seccanti, si vada a cercare un'altro sistema in modo che questi limiti spariscano: questo, non è possibile.


A.C.: Ho una domanda..diciamo..personale: cos'ha pensato quando Carsten Hoeller ha utilizzato i vostri specchi alla Kunsthaus de Bregenz? Lo sapeva?


D.B.: In effetti no..


A.C.: Perchè lui ha usato gli specchi, che lei aveva installato alla Kunsthaus, per fare una sua nuova installazione sul tema della rotazione..


D.B.: Capisco quello di cui parla, perchè quando feci l'esposizione l'artista che venne dopo di me..come si chiamava?..


L.F.: Maurizio Cattelan?


D.B.: No no, quella è un'altra cosa..Invece nella mostra di cui parlate..ecco Olafur Eliasson, che esponeva dopo di me, voleva usare i miei specchi ed io ho rifiutato perchè se si fossero rotti io avrei dovuto rifarli.

Quindi avete ragione, ma io non ero affatto al corrente e lui non poteva usarli nella sala..poteva utilizzarli facendoli rifare tutti, allora sì..quindi..


A.C.: Ultima domanda, sul catalogo ragionato che avete presentato oggi. Chen Zen è stato uno dei grandi protagonisti dell'arte contemporanea internazionale quindi quali messaggi lanciano le sue opere al mondo attuale e cosa lasciano in eredità ai giovani artisti?


L.F.: Il messaggio più importante è veramente quello di abbattere le frontiere, cioè nel lavoro di Chen Zen che è teoricizzazione di questa parola "Transexpérience" voleva mostrare che il passaggio della persona attraverso esperienze diverse, quindi incontri di culture diverse è un arricchimento. Cioè avere una cultura diversa è importante perchè permette di arricchirci.

Non è che se te sei diverso da me, hai un'altra cultura io devo avere paura di te, e non devo nemmeno avere paura di capire la tua cultura perchè se lo faccio questo permette all'altro di ascoltare la mia. Quindi quello che ha fatto Chen Zen è stato rinunciare per un periodo alla sua cultura, mettendola da parte non cancellandola, per ascoltare e per assorbire una diversità che era quella occidentale. Quando ha assimilato una parte della cultura diversa dalla sua ha cominciato a comporre uno spartito musicale con due culture, la sua di origine e quella che ha incontrato, mettendo insieme due amori.

Il problema di oggi, argomento molto attuale, è la paura del diverso, la paura di quello che non è come me. Quello che ha fatto Chen Zen è stato unire gli elementi, far vedere che mettere insieme le culture non significa cancellare le culture ma creare una serie di combinazioni diverse che non rinunciano alle origini ma che portano elementi nuovi, una nuova cultura cioè un nuovo elemento che arricchisce l'umanità.

A contrapporre due culture cosa succede?Se ti contrapponi ti distruggi, quindi annulli le culture, quindi abbassi il mondo, abbassi la sensibilità e torni all'età della pietra! Invece è sommare, comporre, creare un collage che permette di rispettare l'altro, riconoscersi nella propria cultura, assimilando ciò che ti interessa.

E' questo un po' il messaggio di Chen Zen c'è stata questa unione di elementi che ha permesso a lui di essere il più felice del mondo e di permettere anche agli altri di capire che è possibile.


A.C.: Lei ha qualcosa da aggiungere…?


D.B.: Qualcosa sulla scia di quel che ha detto Lorenzo. Io penso che Chen Zen abbia operato un ribaltamento, qualcosa che è abbastanza interessante per noi, cosiddetti, occidentali. Voglio dire che tutta l'aria occidentale, una delle sue caratteristiche assieme a molte altre certo, ma una delle sue peculiarità è quella di aver assimilato e trasformato le culture del mondo.

Una volta erano gli africani poi i giapponesi, quando non erano i giapponesi erano quelli che volete, ma tutti sono passati attraverso la macina della cultura occidentale e principalmente europea.

E Chen Zen è arrivato in Francia con una incredibile curiosità e avidità di conoscere che cosa fosse questa cultura che senza dubbio lo affascinava. La fascinazione dell'occidente per gli asiatici è la stessa degli orientali per l'occidente, la stessa attrazione e repulsione.

E dunque Chen Zen è arrivato a fare esattamente il contrario, vale a dire che con la sua cultura d'origine, pulita e cinese ha incorporato e cambiato quello che lui ha capito della cultura francese, della sua epoca ma anche di parte della storia del XX secolo.

Ed è divertente perchè, per rapporto, è come uno specchio.

Alessandra Casadei

(tag Daniel BurenLorenzo FiaschiGalleria Continua)
publishing by fabio onDate 09.03.2010
Daniel Buren intervistato da Alessandra Casadei - ph Stefano Spada
Daniel Buren intervistato da Alessandra Casadei - ph Stefano Spada

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Trascrizione intervista Buren-Fiaschi.pdf
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