Incontriamo Angela Vettese, membro della direzione scientifica del festival dell'arte Contemporanea con Pier Luigi Sacco e Carlos Basualdo, per parlare del suo nuovo libro, edito da Laterza nella collana "Grandi Opere" e intitolato Si fa con tutto – Il linguaggio dell'arte contemporanea.
Angela, cosa ci racconta questo titolo? Perchè "si fa con tutto"?
Uno dei grandi ostacoli alla comprensione dell'arte contemporanea è la sua parte tecnica. Si è passati dall'utilizzo di mezzi varati dalla tradizione alla manipolazione di oggetti qualsiasi, nonché dall'uso della rappresentazione palese a forme di rappresentazione più sofisticate e meno riconoscibili. Ora, l'arte in realtà ha sempre cambiato materiali e maniere d'essere, nel corso del tempo e nello svolgersi dello spazio. L'arte africana era di pietra e legno, l'arte islamica non prevede la figura... Ed è da un secolo, ormai, che appunto alcuni steccati riferiti solo all'arte occidentale e al suo lessico sono caduti. In più, però, c'è da dire che l'arte "si fa". Non è vero che siamo nell'epoca del ready made. La tesi del libro a cui sono più affezionata è che non c'è alcuna improvvisazione, né tecnica né concettuale, dietro alle nuove forme d'arte e dietro alle opere che riescono a parlarci. C'è al contrario un impegno pignolo, preciso, e tanto più faticoso quanto meno si può adagiare su convenzioni già testate dal passato.
Ci sono diversi luoghi comuni sull'arte. L'artista nella visione collettiva appartiene al passato. Le sue opere si perdono nella notte dei tempi e saranno eventualmente riscoperte in un solaio e rivalutate un domani. Se l'artista è vivente, in fin dei conti avrà poca competenza tecnica e se non dipinge o scolpisce le sue idee sono per lo più strampalate. Ma è proprio così?
Non esiste artista isolato. Esistono caratteri più socievoli e altri meno, ma se guardiamo i documenti scopriamo Giorgio Morandi sempre intento a capire dove andava non solo il dibattito artistico, ma anche il sistema dell'arte del suo tempo, con costanti tentativi di ficcare il naso nella costruzione delle Biennali di Venezia. Van Gogh volle intensamente fondare un movimento e non dipinse i girasoli per un solaio ma per la camera della sua casa gialla dove doveva albergare Gauguin. Non esiste arte, come non esiste sapere, senza dibattito e confronto con i propri pari.
Questa visione dell'arte è, ad ogni modo, vincolata all'immagine stereotipata di una tradizione precedente. È significativo come, soprattutto in Italia, la formazione non specialistica d'ambito storico-artistico si rifaccia quasi del tutto ad un periodo pre-avanguardie storiche (salvo alcune figure particolarmente carismatiche che hanno sfondato le barriere della settorialità).Perché è importante invece raccontare l'arte
contemporanea? Quali scommesse rischiamo di perdere?
Il mondo non è mai stato interessante come oggi. Cambia di giorno in giorno. La scienza e la tecnologia ci raccontano nuove cose e ci suggeriscono nuovi modi di vita. L'arte ha sempre interpretato il presente, e non c'è mai stato un presente così eccitante e complesso. Non è possibile pensare che l'espressione artistica "finisca", come anche oggi si ritiene a New York. Forse è finita (anzi senz'altro) la vicenda che io stessa racconto, quella appunto durata all'incirca dal 1907 al 2007, appena prima della grande crisi. Ma il mondo è grande, nuovi centri si affacciano alla storia e nessun'epoca è mai stata senz'arte. Avremo molta difficoltà a riconoscerla, questo sì, ma proprio per questo occorre essere accorti e aperti riguardo al modo, anche tecnico, con lui la si fa.
Le nuove tecniche dell'arte contemporanea hanno modificato inoltre in maniera prepotente le pratiche della conservazione, il rapporto dell'arte con il futuro, il concetto di eternità dell'opera. Perché? Che ambizioni ha un'opera d'arte rispetto alla storia oggi a tuo parere?
L'uomo del medioevo credeva di essere in un universo geocentrico e immortale, l'uomo di oggi sa di poter perire insieme a tutti i propri simili domani, per una guerra o una catastrofe atomica o un disastro ambientale. Come è possibile chiedere agli artisti di darci un'idea di mondo basata sul perenne, sulla stabilità, sulla centralità dell'antropos? Credo che l'arte abbia le stesse ambizioni di sempre: parlare di ciò che si sa, porsi come forma di narrazione che veicola un modo d'essere del mondo. Ma appunto per questo, non può affidarsi ai mezzi che si usavano nei secoli in cui si pensava il mondo in un altro modo.