Ci si avvicina al trotto alla nuova edizione del Festival dell’Arte Contemporanea di Faenza. Il tema di quest’anno? Nientemeno che le Opere. E quale scenario migliore per presentare il programma, se non Arte Fiera? Dopo le news pubblicate in real time, Exibart fa il punto della situazione...
Un audiolibro per ipovedenti dell’arte. O ancora: il paziente esercizio di aste e cerchi sul quaderno dell’estetica. Punta all’essenza la terza edizione del Festival dell’Arte Contemporanea di Faenza, presentata in dettaglio nel corso di Arte Fiera. Tema della sessione di incontri, lezioni e dibattiti in programma nel fine settimana del 21-23 maggio sarà l’opera, intesa nel senso più ricco e completo del termine. Ma questo si sapeva già: sono mesi che ci si prepara all’evento, seguendo il filo delle diverse tappe di avvicinamento alla kermesse, fatte di conferenze, concerti, mostre e discussioni.
Non si sapeva, prima della vernice bolognese, come i padrini del festival - Angela Vettese, Carlos Basualdo e Pier Luigi Sacco - intendessero declinare un argomento tanto capitale da risultare profondamente insidioso.
Ora sappiamo. Raccontare le opere d’arte senza affidarsi alla loro esclusiva potenza comunicativa, fuggire lo scarica-barile che rappresenta il ricorso all’immagine significa, implicitamente, accettare il rischio di disorientare. Un rischio accettabile, se consideriamo che l’intento della manifestazione è di ripensare il rapporto pubblico-artista, ribadendo proprio la centralità dell’oggetto artistico.
Da qui nasce quella che appare come un’indagine degna della Gabanelli, un sondaggio sull’idea platonica di opera a seconda delle più diverse percezioni. Quelle dei curatori, chiamati a dare ordine e omogeneità allo svolgersi disarmonico del fare arte; ma anche quelle dei conservatori, come Carol Mancusi-Hungaro del Whitney Museum, fino ad arrivare al punto di vista di storici dell’arte del peso di Hal Foster e al contributo di quanti - è il caso di Sarah Thornton - hanno guardato all’apparentemente imponderabile tema del mercato.
Non potevano mancare riferimenti a quegli eventi dove le opere finiscono per caricarsi di valori potenzialmente privi di limiti. Ecco allora un filo rosso congiungere l’edizione 2010 del festival a quella dell’anno precedente, dedicata al sistema delle biennali: partendo da Tobias Rehberger per arrivare a Michael Elmgreen & Ingar Dragset, protagonisti dell’ultimo rendez-vous lagunare, si rifletterà a livello diffuso alla ricerca dell’anima più autentica di questa espressione artistica.
Microfoni aperti ai critici - fra gli altri, è confermata la presenza di Germano Celant - ma anche e soprattutto agli artisti. Ai quali (parliamo di gente come Daniel Buren) viene richiesto di interagire con il pubblico, condividendo la propria esperienza e orientando i riflettori verso quanto si snoda dentro la cornice. O magari fuori, o chissà dove altro: si preannuncia di estrema profondità la disanima sull’idea odierna di arte concettuale, trattata dal “padrone di casa” Carlos Basualdo insieme a Seth Siegelaub e Alexander Alberro.