Il festival ha inaugurato la rubrica Lato C in collaborazione con la rivista Artribune con un'intervista al curatore Viktor Misiano, tra i protagonisti di Forms of collecting/Forme della committenza.
Mercato, committenza.. Che ci dici di questa scena russa?
VM: La mia visione dei cosiddetti "anni zero" è naturalmente influenzata dalla mia esperienza dell'intero ventennio post-sovietico. Quando penso al decennio che si è appena chiuso, non posso non compararlo agli anni '90 che sono stati per la Russia un periodo di caos e di transizione sociale, anni colmi di speranza, all'avventura, ma anche traumatici e scioccanti. Gli anni
zero sono stati invece caratterizzati dall'idea di "stabilità". La Russia ha di nuovo uno Stato presente, attore della vita sociale e politica. C'è stata stabilità economica, inoltre, benessere diffuso in confronto agli anni '90. In ambito culturale lo Stato ha assunto un ruolo da protagonista, con forti investimenti. La cosa curiosa, tuttavia, è che non si tratta di uno Stato assistenziale, tipico dell'Europa Socialdemocratica o dell'ex Unione Sovietica) bensì di uno "Stato producer", interessato ad intervenire in virtù di un ritorno, sia questo in termini economici o di immagine. La produzione di un sapere nuovo, di un valore aggiunto, il tema della formazione, vengono posti, in quest'ottica, su un secondo piano in favore della realizzazione di grandi progetti (biennali, celebrazioni, grandi mostre).
Un altro aspetto interessante è senz'altro un ritorno del mercato, che gode comunque di un certo benessere. Le gallerie fondate negli anni '90
sono sopravvissute e nel corso dell'ultimo decennio ne sono nate di nuove. Le cronache mondane consegnano inoltre al sistema internazionale le storie di queste iniziative condotte da ricchi magnate russi e dalle loro famiglie, più o meno note. In queste occasioni non sempre è comprensibile il confine tra Stato e iniziativa privata.
E quanto al collezionismo?
VM: Naturalmente, come ti anticipavo, la stampa spesso riporta i casi più appariscenti, tuttavia il collezionismo russo è in realtà molto locale.
Punta sull'arte russa, raramente esce dai confini nazionali e quando lo fa gaurda agli acquisti sicuri, spesso sfociando nel kitsch. Non c'è ancora un collezionismo dotto, appassionato, informato, né c'è sempre una volontà di formare un collezionismo consapevole da parte di quegli operatori del settore che dovrebbero svolgere questo ruolo.
Come la caduta del muro di Berlino ha influito sull'arte russa? Quali significativi risvolti hai intravisto?
VM: La caduta del Muro ha avuto un impatto maggiore sulla mia generazione, che ha vissuto in modo molto attivo questo evento, cercando di rielaborare, anche nel lavoro, gli impulsi che vi provenivano.
La mostra che ho curato in quegli anni, un "quadrittico" intitolato Progressive Nostalgia, in Italia e in altri tre paesi, mirava a interiorizzare quell'esperienza, a storicizzare e riassumere in un grande progetto d'arte la condizione postsovietica. Penso, invece, che gli artisti più giovani siano lontani da questi temi, che più che altro cerchino di collocare la propria ricerca in una meditazione sugli anni '70.
Ciò che tuttavia mi colpisce è che in Russia si sta svolgendo una rielaborazione da parte dell'ultima generazione di artisti delle pratiche concettuali e minimal, che hanno conosciuto grande
fortuna negli Stati Uniti e in Europa, ma che in Russia, salvo ad esempio figure come I Kabakov, sono del tutto inedita. Si tratta quindi di un tentativo di rivivere un'esperienza storica che il paese non ha mai vissuto; ciò che si sta verificando è il recupero di un passato che da noi non è mai esistito, in una sorta di neomodernismo.
Conosci benissimo la scena italiana e la scena russa. In che cosa si assomigliano?
In questo momento, oltre a un rapporto d'amore innegabile tra i due Paesi, l'Italia e la Russia hanno in comune la posizione nel contesto internazionale. L'Europa è nata in Italia; se pensiamo al Rinascimento, sappiamo che l'identità del continente ha le sue radici culturali qui. Dal '700 la Russia ha assunto un ruolo altrettanto predominante nella costruzione identitaria, anche con la successiva esperienza del comunismo, senza la quale l'epoca moderna sarebbe inimmaginabile.
Tuttavia, oggi come oggi, I due paesi non giocano un ruolo predominante nelle politiche globali.
Questo si ripercuote anche su ciò che riguarda la ricerca artistica. Se pensiamo all'ultimissima generazione di artisti vediamo come in entrambi i
casi abbiamo a che fare con una scena periferica, non provinciale.
Come in ambito politico, il centro di potere si situa altrove. Gli artisti russi e
italiani abitano in scene del tutto autosufficienti, in cui spesso trovano stimoli locali e una piena realizzazione. C'è da dire però che ultimamente
gli italiani si stanno maggiormente lanciando nel contesto transnazionale, lasciando il paese di origine per lavorare altrove, fuori dall'Italia. Per gli artisti russi questo avviene, ancora oggi, molto raramente.