Manu Buttiglione, inviata a Frieze della Ctv, incontra Giò Marconi, direttore dell’omonima galleria milanese, a Londra per una chiacchierata sul mercato e il collezionismo. Come cambiano le aspettative di chi oggi acquista un’opera, come le gallerie contemporanee si destreggiano tra mission culturale e strategie internazionali di mercato, sono i temi al centro di questi pensieri sull’arte…
Le gallerie d'arte sono oggi degli operatori culturali. Come riesci ad equilibrare questa mission culturale con le esigenze del mercato?
Io parto sempre dal fare dei progetti con gli artisti senza pensare al mercato. Sono convinto che il mercato viene facendolo. Fortunatamente sino ad adesso ho sempre lavorato a progetti complessi, come l’ultimo che ho realizzato in galleria con le opere di Nathalie Djurberg, opere importanti, sculture, due film… Mi sono poi impegnato a trovare chi compra l’opera, in modo da farla entrare in una buona collezione e nel caso di Nathalie Djurberg sarà una collezione pubblica. Sono anche riuscito a far girare le sue opere in tre musei, tra Germania, Olanda e Danimarca. Cerco sempre di conciliare i piani di una sorta di piramide, nel senso che mi impegno a trovare le collezioni, collezionisti che amano l’arte, che si sentono coinvolti, in modo tale che le opere non si trovino lì senza un perché e aggiungano valore a quella collezione.
Anche le fiere aiutano, perché la fiera è un modo di confrontarsi, è una vetrina internazionale. Per me è un modo di vedere cose che mi interessano.Qui a Frieze ti puoi rendere conto di ciò che succede e poi è un’occasione di presentare, di promuovere gli artisti, ai collezionisti, come ad un pubblico generico, o ai curatori.
Chi compra un'opera oggi quali aspettative o obiettivi ha a tuo parere?
C’è stata negli ultimi tempi l’aspettativa della speculazione… Poi però abbiamo superato quel momento - fortunatamente, perché è stato veramente terrificante… - …perché la speculazione distrugge tutto, distrugge l’artista, che si sente anche frustrato perché deve lavorare per il mercato, stare dietro al mercato, fare strategia. Questa tendenza secondo me si è calmata, ma esiste ancora purtroppo. Questo è soprattutto il problema delle grandi gallerie, quelle nuove, quelle che hanno tante filiali e tante spese, per cui le opere entrano in un meccanismo per cui devono costare tanto. Allora diventa speculazione, e poi se non si vende più basta, l’artista viene accantonato. Oggi la velocità uccide tutto, da quando ha iniziato mio padre negli anni Sessanta è cambiato tantissimo, il mercato era completamente diverso, adesso è esageratamente in questo senso.