Ultimo appuntamento per Evo, rassegna artistica che ci ha accompagnato nel mese di luglio offrendoci la possibilità di una serata diversa ogni volta. Appuntamento, come sempre, nell’ora dell’aperitivo al California Dream di Moncalieri, dove l’avanguardia jazz incontra la sperimentazione nelle arti visive, sotto la direzione artistica dell’artista torinese Rossella Cangini e con la collaborazione della vj e Gemma Santi e della curatrice Benedetta Bodo di Albaretto. Siccome l'incontro con Anita Olivetti giovedì scorso è saltato a causa del maltempo, questo giovedì, 29 luglio 2010, per il gran finale di questa prima edizione della rassegna Evo, sono felice di potervi presentare sia i lavori di Anita Olivetti, sia i lavori del ritrattista torinese, Marco Rabino, per il quale, se dovessi trovare una definizione in poche parole, non avrei dubbi: le sue sono immagini che lasciano il segno.
Mi hanno invitata a una mostra di Marco qualche anno fa e ricordo che mi sono ritrovata ad osservare nel dettaglio una sua opera nel tentativo – vano!- di seguirne l’esecuzione, perchè da vicino sembra un agglomerato di segni e tracce colorate. Ricordo che i suoi segni mi hanno ricordato i pixel con cui si compongono le immagini al computer, e che, allontanandomi, ho scoperto come ogni tratto corrispondeva a un’ombra, a un ciglio, a una ruga d’espressione del volto di chi stavo osservando.
La serie presentata in quest’occasione è realizzata con la medesima cura, si sposa perfettamente con la ricerca musicale di Rossella Cangini e s’intitola Web Identity Project. L’idea alla base del progetto è fortemente incentrata sulla ricerca di un’identità individuale in un mondo sempre più virtuale, fondato su social network, blog e chat, abituato a relazioni che nascono e vivono quasi esclusivamente in un universo impalpabile, eppure molto reale.
Così reale da richiedere un profilo, un avatar, che sostituisca l’immagine in carne ed ossa e rappresenti ogni “abitante”, come in un gioco di ruolo di proporzioni gigantesche, dove ogni giocatore fa affidamento sia su caratteristiche individuali, che gli permettono di avere un ruolo preciso ed unico, sia su elementi comuni, che lo fanno sentir di parte di un gruppo.
Marco, rigorosamente attraverso il web, ha chiesto alle giovani generazioni di “svelare” la loro identità pubblicando una loro immagine su un sito internet aperto per ospitare quest’idea. Unica regola del Web Identity Project: non si superano i 6 milioni di avatar.
Il prodotto finale è una serie di ritratti, in cui il soggetto, protagonista consapevole del momento offerto dall’artista, decide in che modo desidera mostrare la propria identità. Che sia reale o costruita, il nostro giocatore, come dice Marco, “va oltre i mediatici 15 minuti di gloria personale, offerti da una società che, solo ieri, profetizzava la morte dell’arte figurativa”.
a cura di Benedetta Bodo di Albaretto