Uno degli ultimi incontri in programma per la giornata d’apertura del C Festival ha visto protagonisti, sul palco del teatro Masini, gli scandinavi Elmgreen & Dragset. Graffianti come leoni, come li ha definiti Angela Vettese, i due artisti hanno guidato il pubblico nella spiegazione di alcuni recenti progetti. Una chiacchierata che ha racchiuso il loro modus operandi, alternando momenti leggeri ad altri di riflessione seria e critica, come quando si è parlato delle vittime omosessuali del nazismo – tema che ha ispirato un lavoro degli anni scorsi realizzato a Berlino.
Dalla conversazione è emerso, già dai primi minuti, il tema del rapporto tra arte e spettatore. Il creare un ambiente spettacolare e destabilizzante, come è stato fatto in The Collectors – il Padiglione Nordico che hanno curato alla 53. Biennale di Venezia – secondo gli artisti equivale ad immergere il pubblico nella narrazione. La realtà voyeuristica provoca uno sconvolgimento visivo che porta lo spettatore a porsi delle domande, a stimolarlo nello sviluppo autonomo di una storia fantastica. Elmgreen & Dragset pongono l’accento su come, a Venezia, hanno cercato di far guardare l’arte in maniera familiare, cercandone una normalizzazione che “l’architettura e l’ambiente borghese” del Padiglione avrebbe probabilmente ostacolato. Un’interazione rilassata genera una riflessione approfondita.
“Nel pubblico cerchiamo una messa in discussione costante di noi stessi e di tutto ciò che ci circonda: è la nostra soddisfazione e anche il nostro metodo di lavoro. Nella vita troviamo molto triste chi ha paura di fallire ed è per questo motivo che cerchiamo di fallire nel modo migliore possibile”. Citano Duchamp – rammaricandosi ironicamente di averlo fatto – e Gordon Matta Clark come fonti d’ispirazione e si offrono al pubblico che – in nome della loro poetica – partecipa alla discussione, rendendola momento di “condivisione”.
a cura di giangavino pazzola