Click or Clash? Strategie di Collaborazione
Intervista alla curatrice Julia Draganovic in occasione dell'inaugurazione della mostra Click or Clash? presso la Galleria Bianconi di Milano
Il 20 ottobre sera, alla Galleria Bianconi in via Lecco 20 a Milano, si è tenuta l’inaugurazione della mostra “Click or Clash? Strategie di Collaborazione”, prima tappa di un progetto in tre parti a cura di Julia Draganovic in collaborazione con LaRete Art Projects e promosso dalla Galleria Bianconi.
La mostra, che rimarrà aperta fino al 7 Gennaio 2012, è costituita da un dialogo tra le opere di tre diversi artisti: due italiani, Cesare Pietroiusti e Luigi Presicce, e uno tedesco, Via Lewandowsky.
I tre artisti hanno affrontato una tematica molto complessa, quella della collaborazione, sia separatamente con dei progetti autonomi, sia assieme con un’opera d’arte a più mani nella quale viene esposto in maniera autoironica e tagliente il loro punto di vista sul concetto di collaborazione e di fraintendimento.
Significativa, anche per una questione di “ingombro”, l’installazione presentata dai due artisti Presicce e Pietroiusti: una barca a remi di legno blu posta al centro dello spazio principale della Galleria, accompagnata da un video nel quale si mostra il lavoro portato avanti da Presicce e Pietroiusti nell’ambito dell’iniziativa itinerante ANDANDAND. Il titolo dell’opera è “La festa dei vivi (che riflettono sulla morte)” e si tratta di una rivisitazione della festa dei morti attuata il 2 novembre 2010, nella quale la barca è stata portata in processione come in una particolare Via Crucis.
Mentre rimangono enigmatiche le singole installazioni di Via Lewandowsky, e solleva molte domande l’opera dialogante di Presicce e Lewandowsky “Holy Family”, attrae la curiosità dello spettatore l’opera a due mani dell’artista tedesco in collaborazione (appunto) con Pietroiusti: “Parola per Parola”.Immagini scorrono sullo schermo mentre alcuni modi di dire e metafore tipici del linguaggio italiano vengono spiegati in maniera totalmente errati.
Quale sarà il significato di tutto ciò?
Lasciamo la parola alla curatrice stessa, Julia Draganovic, intervistata per conto di Cyou.
GA: Partiamo subito con la prima domanda: Cosa vuol dire il titolo della mostra, Click or Clash? Cosa è Click, e cosa è Clash? Come è stata intesa la traduzione di questo modo di dire inglese?
JD: Dunque, è una domanda difficile in quanto in italiano non si ha una traduzione vera e propria. Forse Click lo possiamo tradurre con un “intendersi, andare insieme nella stessa direzione”. Mentre Clash è il contrario, ossia un’idea di “confronto”. Il titolo è stato scelto un po’ per un motivo poetico, in quanto la pronuncia suona bene; ma rappresenta anche il concetto che nella collaborazione, tema di questa mostra, ci possono essere comportamenti diversi. Ci può essere una collaborazione nella quale due persone guardano nella stessa direzione e nel processo l’uno aiuta l’altro, costruendo qualcosa assieme; questo è il Click. Clash invece è una metafora che intende una collaborazione in cui si confrontano due opinioni diverse; anche questo può comunque sfociare in una collaborazione proficua, in quanto può essere sia molto creativo che molto propositivo confrontarsi e non essere sempre della stessa opinione.
All’interno della mostra volevo sottolineare tutto questo, in quanto la parola collaborazione ha delle connotazioni che possono anche essere problematiche; invece il tema attorno al quale ruota questa esposizione è spiegare come la collaborazione possa anche essere un momento in cui ognuno si spiega, e nel quale regna una sorta di rispetto reciproco a prescindere dalle opinioni.
GA: Quindi un Clash inteso anche come un “aggiungere qualcosa”, in modo da costruire qualcosa di proficuo?
JD: Esatto.
GA: Veniamo ora alla mostra. Rispetto al lavoro portato avanti da Presicce e Pietroiusti, come si inserisce l’artista tedesco Via Lewandowsky? Ci può dire qualcosa sul diverso punto di vista dei tre artisti?
JD: Partiamo dall’inizio. Questo progetto è nato nel momento in cui ho fatto una proposta a tutti e tre gli artisti; la scelta è ricaduta su di loro in quanto Lewandowsky come anche Pietroiusti, ma anche Presicce, lavorano molto sull’idea della convivenza delle persone, sui modi di comunicare e anche sui fraintendimenti. Lewandowsky fa dei lavori che sono molto spesso ispirati alla lingua, essendo di madrelingua tedesca a volte i suoi lavori sono anche difficili da tradurre; fa uso di un vocabolario molto particolare proveniente dalla Germania dell’Est, un vocabolario molto ricco che potrebbe essere paragonato a quello del Sud Italia, con moltissime metafore e modi di dire.
Ho pensato quindi che loro tre insieme potessero fare un buon lavoro, considerato che Pietroiusti vive a Roma e che Lewandowsky per un anno è ospite a Roma presso l’Accademia Tedesca; in effetti è diventata una collaborazione che ha messo in evidenza la creatività del fraintendimento. In mostra c’è un lavoro di collaborazione che si chiama “Parola per Parola” in cui Pietroiusti espone a Lewandowsky dei modi di dire italiani presi da un vocabolario etimologico chiedendogli di spiegargli a parole sue; tra tutte le spiegazioni che Via ha trovato, sono state prese solo le più evidentemente sbagliate, e ciò invita lo spettatore ad interpretare a sua volta i fraintendimenti.
GA: Come è stato per lei lavorare a questo progetto? Le ha svelato qualche cosa in più sull’Italia, sulle modalità di lavoro e di collaborazione dei nostri artisti?
JD: Quello che mi ha colpito lungo questo percorso, che è partito con una presentazione a Giugno a Bologna in cui gli artisti si sono presentati a vicenda e hanno presentato al pubblico il loro lavoro, è stato il fatto che di tutti gli artisti scelti in totale per questo progetto - di cui questa mostra è la prima tappa- , loro tre hanno detto fin dall’inizio “ok collaboriamo, facciamo qualcosa insieme”. Erano molto entusiasti, e nonostante tutta la buona volontà ci sono state delle difficoltà, delle opinioni che non riuscivano a trovare una via di mezzo.
GA: Ci può svelare “in anteprima” quali saranno le prossime due tappe del ciclo Click or Clash? Quando si terranno? Può già dirci i nomi di un paio di artisti?
JD: Non so se posso già svelare i nomi degli artisti. Però posso dire che la seconda tappa partirà subito dopo la fine di questa prima mostra; l’inaugurazione sarà il 19 gennaio, e anche in questo caso ci sarà un gruppo di tre artisti di cui uno è italiano. Sono tre artisti che dal mio punto di vista lavorano sulle stesse tematiche, che sono sempre un po’ legate alla collaborazione, ossia il mondo globalizzato e la questione su come si può proteggere l’individualità di una singola persona. Lavorano con dei media diversi tra loro, come video, installazioni o fotografie o disegni, però hanno tutti e tre un linguaggio piuttosto simile; quando gli abbiamo proposto la mostra hanno subito dichiarato che non volevano collaborare ma mettersi invece a confronto, in quanto avevano moltissime cose in comune già in partenza. Hanno tutti molta stima dell’altro e i risultati sono stati ben riusciti, forse anche meglio di questa mostra, lo vedrete.
GA: È stata la prima volta che ha lavorato con la Galleria Bianconi?
JD: Sì.
GA: E come si è trovata, dal momento che la Galleria ha molto caro il tema della valorizzazione di artisti legati ad uno specifico territorio, tema a cui lei stessa si è avvicinata lungo l’arco della sua carriera?
JD: Diciamo che è stato un rapporto molto fecondo, è la prima volta che lavoro così a stretto contatto con una galleria, e il progetto è stato sviluppato con la collaborazione della mia associazione culturale LaRete Art Projects. Ho conosciuto la Galleria Bianconi innanzitutto come rappresentante dell’arte italiana del Novecento, in quanto essa ha un focus molto forte su alcuni artisti che per un motivo o l’altro sono stati un po’ sottovalutati, ma che secondo me sono dei grandi maestri dell’arte moderna. La Galleria voleva però anche rilanciare il discorso del contemporaneo attraverso la sezione b.project e così è nato questo progetto che si è appunto rivelato molto fruttuoso, credo che abbiamo imparato molto l’uno dall’altro.
GA: In quanto sua futura studentessa vorrei farle un’ultima domanda più a titolo personale, che riguarda il corso di “Progettazione culturale per il territorio” che terrà presso l’Università IULM a partire da marzo. Come reputa questa sua futura esperienza, e cosa pensa della nuova collaborazione tra l’Università è La Triennale di Milano?
JD: Beh, non è la prima volta che insegno in Italia, visto che insegno anche allo IED di Roma; sono quattro anni ormai che ogni tanto mi confronto con dei giovani curatori e ho cercato di capire quali sono le esigenze di coloro che imparano questo mestiere in Italia. Per quanto riguarda la IULM, trovo molto interessante questa collaborazione con la Triennale, mi sembra un modello importante e innovativo. La mia impressione è che nei Musei italiani venga ancora sottovalutata la figura non solo del curatore ma anche di alcune figure professionali che qui sono appunto inesistenti, con la conseguenza che parte del lavoro non viene svolto.
È bello avere a che fare con dei giovani che imparano, e del resto anche io cerco sempre di avere a che fare con dei progetti in cui posso imparare, altrimenti nel mio lavoro mi annoierei! Quindi sarà una sfida anche per me.
a cura di Ginevra Are































