La quarta edizione del festival dell’arte contemporanea di Faenza sviluppa una profonda riflessione sulle nuove forme di committenza, nel cui quadro un ruolo fondamentale è assunto dalle fondazioni, sia da quelle di origine bancaria che da quelle civili.
Numerosi i protagonisti chiamati a testimoniare e a chiarire uno scenario, quello delle fondazioni, in forte evoluzione, proporzionalmente alla crisi del welfare e delle politiche statali e alla patologica carenza di fondi pubblici.
Intervengono nel dibattito illustri personaggi della cultura economica e della cultura tout court che evidenziano – tutti – la debolezza e l’arretratezza della politica culturale italiana e la necessità di una svolta che abbandoni definitivamente l’idea della necessità di un mecenatismo culturale per orientarsi invece verso una visione strategica e progettuale della cultura, con uno sguardo sempre attento a quanto succede altrove, cercando modelli a cui attingere.
A Faenza viene presentato il decimo rapporto sulle fondazioni del Giornale dell’arte, diretto da Catterina Seia, cultural manager indipendente per progetti di sviluppo sociale territoriale attraverso la cultura.
Dal rapporto risulta centrale – ed è espressione di un cambiamento in atto – il ruolo rivestito dalle fondazioni, non più anonimi distributori di risorse economiche, bancomat dai quali attingere, ma attori protagonisti nello sviluppo culturale del paese, partecipi, anzi fautori essi stessi, dei processi di trasformazione territoriali . Non più soggetti passivi ma strutture capaci di strategie efficaci per affrontare «sfide sociali» dove i concetti di strategia, cooperazione e programmazione diventano centrali.
Esemplare è a questo proposito il caso di CRT- Fondazione per l’arte contemporanea di Torino la quale, scegliendo l’arte contemporanea come mezzo strumentale per la valorizzazione del territorio, ha saputo trasformare la creatività in innovazione e l’innovazione in sviluppo.
Punto focale dell’attività di CRT è la realizzazione di progetti condivisi con altre istituzioni, costruendo un rapporto dialettico tra pubblico e privato. Tre i settori di sviluppo: educazione, formazione e fruizione dove – spiega il presidente Fulvio Gianaria – ciò che conta non sono i risultati quantificabili, non i numeri, ma la scelta dei progetti e la metodologia di sviluppo che - importantissimo - distingue la cultura dall’intrattenimento televisivo.
Anche sul versante delle fondazioni civili, in Italia si riscontra un notevole attivismo ed una certa creatività in materia culturale e, nel nostro caso specifico, nella promozione e produzione di arte contemporanea. Tre importanti testimonianze - Annie Ratti, artista e presidente della Fondazione Antonio Ratti di Como, Giuliana Setari Carusi, presidente della Dena Foundation e Martin Bethenod, AD di Palazzo Grassi – mostrano come sia possibile distinguersi, nonostante la scarsità di requisiti patrimoniali adeguati, per visione, competenze progettuali e anche buona capacità di costruzione di sistemi di relazioni internazionali.
Nonostante la presenza di queste numerose eccellenze, capaci di creare sinergie e rapporti di cooperazione e unità di intenti, rimane però l’urgenza di una politica culturale, condivisa e condivisibile, che sappia restituire il perduto senso di identità culturale nel nostro Paese e che si faccia interprete della necessità di superamento della crisi, che prima di essere crisi economica è crisi di valori, restituendoci il diritto alla conoscenza che, citando Elinir Ostrom, è bene comune.
a cura di Stefania Crobe