La differenza tra "posto" e "imposto" fa di ogni ospedale l'apoteosi del non scegliere. Condizione sine qua non, è la condizione fisica psichica (umana?) del re-cluso, monarca di passaggio del soggiorno dei forzati. La scelta al massimo è quella di farsi curare o meglio ancora di curarsi, leggendosi, auscultandosi, traducendo dal "come" ai "perché".
Ecco che un ricovero, può diventare anche luogo a procedere o moto a luogo, spazio per oltre, zona pensata, arte aspettata.
Asfissiati dal concetto di "sfida" (da cui dobbiamo prendere tutte le distanze), lavorare sull'idea di arte e ospedale deve riguardare altro. Prima di tutto riguardare: vedere di nuovo, osservare in modo differente (e non sempre deferente, ossequioso, nei confronti della medicina, delle paure e delle dipendenze che ne conseguono).
Deve crearsi una zona x, la stessa x di exit, existance, exitus, (uscite esiti esistenze), dove artisti del fuori, stravolgano i dentro, colgano e accolgano l'architettura delle ore nelle loro varie interminabilità, inabilità, smontando e rimontando le quattro pareti, della scienza della medicina dei servizi e dell'amministrare.
Da quando collaboro con la Casa dei Risvegli, e in vista del futuro progetto d'arte (Existance), ho capito che si deve far p'arte, ci si deve addentrare, scordando di arredare o esporre, ma ricordando di colmare.
Il rapporto tra salute ed arte è già un'opera: qualsiasi "padiglione" si voglia allestire, bisogna "auricolare", cioè studiare l'udito delle voci, cercare la sesta essenza di quell'abitare, guarire l'ambiente(insano?), salvare l'anatomia delle strutture, prendendosi cura di ciò che non c'è ancora. Ecco dove comincia l'invenzione di un posto, l'inimmaginabile planimetria del pensabile, la ristrutturazione dell'impensato, uomo compreso.
L'artista può sottolineare ancor di più la differenza tra emozione e rimozione, e chi fa, chi inventa, chi crea, deve studiare con chi vive l'isolamento, la condivisione dei momenti, la spartizione delle aspettative, la fobia dell'incertezza, l'ammutinamento delle energie, il giorno letto e riletto, le diagnosi dell'attesa, il soffrire e l'offrirsi.
Chi "opera"(evocando ben altre chirurgie), metta in mostra l’ombra inguardata e non l'inguardabile, perché l'arte non è utile ma duttile,non rianima ma anima. Anche questa è ricerca, anche questo concerne la politica, la politica non quella inferma, che nascosta dietro al sociale rimanda solo alle regole alle leggi, ma la politica filosofica delle condizioni umane, per il bene delle trascendenze quindi dell'essere e non solo della persona.
E nessuno si accontenti, nella degenza, di usufruire soltanto, ma pretenda dalle infermità che il "genius logi" scaturisca; cerchi di appendere al chiodo il quadro delle situazioni, pensi di uscire e riuscire a pensare.
Quindi arte come condizione e non che condiziona, per accogliere nelle nuove so-stanze, (camere iperbariche del concetto), antimausolei dell'esperienza, zone del risorgere, altro ambito, non solite ambizioni.
E come avrebbe detto Ippocrate a Leonardo da Vinci: "Grazie e arrivederci!"
Alessandro Bergonzoni
- pubblicato nella rubrica Cpensiamo su exibart.onpaper n. 68 -
- nella sezione video correlato di questa pagina, l'intervista a Bergonzoni in occasione di "A cura di" -