Sempre più le fiere d’arte, forse per compensazione, sentono l’esigenza di integrarsi con la città nella quale sono ospitate. Lo abbiamo visto con Art Parcours a Basilea, lo vediamo da sei anni ormai a Bologna con Art First, sotto la cura della curatrice indipendente Julia Draganovic.
Se una notte d’inverno un viaggiatore è il titolo di quest’anno, che da Calvino prende in prestito la libertà compositiva del lettore o in questo caso del fruitore che sceglie da sé come vivere il percorso.
Quest’anno gli artisti sono 22, “nascosti” in ben 15 palazzi storici sparsi nel centro bolognese che già da soli tengono alto il livello estetico dell’esposizione. Grande merito di questa formula espositiva è senza dubbio l’aver portato, grazie alla viva collaborazione delle istituzioni cittadine, il folto popolo delle mostre a visitare spazi altrimenti poco conosciuti e visitati. Dal Museo Civico Archeologico, al Teatro Anatomico dell’Archiginnasio; da Palazzo d’Accursio, al Museo della Musica. Luoghi bellissimi, carichi di storia legata non solo al capoluogo emiliano, che in Art First trovano una loro riscoperta ed una nuova valorizzazione. O almeno così dovrebbe essere.
Trascendendo da ogni giudizio sulla validità delle opere esposte, quello che delude è il rapporto che queste opere, troppo spesso lungo il ricco percorso instaurano, o meglio non instaurano con il luogo nel quale sono collocate. Purtroppo sono poche quelle opere che sono pensate per il luogo nel quale sono fruite, o per lo meno sono adattate ad esso. Così un’opera come il Totem della Galtarossa si perde nella vastità caotica della Sala Borsa, o al contrario la tagliente Maserantidum di Pancrazzi vede tutta la sua forza estetica compressa tra vetrine molto più scintillanti e tavoli da buffet in pompa magna. Peccato poi per la performance della finlandese Tea Mäkipää alle prese con un cavallo che di parlare proprio non ne voleva sapere, lasciando il pubblico a guardare un cavallo davanti a Palazzo D’Accursio e chiedersi What Horses Stands for. Delusione anche per la sala mostre allestita nel Museo Civico Archeologico che cancella completamente ogni rapporto tra luogo ed opera, ritornando ad un più classico white cube. Molto rassicurante ma poco convincente.
Naturalmente ad ogni viaggiatore la sua opinabile lettura, ma dopo esempi meno riusciti è necessario anche ammettere come non mancassero opere distintesi per la forte riflessione spaziale. Una su tutte, anche se presentata per ultima in ordine di apparizione, la performance installativa di Roberto Paci Dalò che prendeva l’avvio proprio da una riflessione del luogo assegnatogli, riportando tecnologicamente in vita il cinquecentesco Museo delle scienze intitolato ad Aldovrandi. Un lavoro che senza dubbio da solo valeva la pena dell’intero viaggio.
a cura di Alessandra Casadei
publishing by martina
onDate 04.02.2011
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