Nella cornice del Mic: il Museo delle ceramiche, Bruce Altshuler, direttore del Museum Studies di New York ha incontrato Richard Wentworth, l’artista che dagli anni ’70 ha ricoperto un ruolo centrale nella scultura britannica. Dopo una breve parentesi sulla vita e opere di Wentworth, Altshuler ha cercato, nell’ora a disposizione, di estrarre i concetti chiave di un artista concentrato maggiormente sull’osservazione piuttosto che sull’insegnamento.
Wentworth ammette subito che se avesse avuto un rapporto diverso con il padre ingegnere avrebbe forse “fatto altro”, in più aggiunge “si diventa se stessi solo diventando credibili a se stessi”. L’arte di Wentworth mette necessariamente in relazione l’oggetto allo spazio che gli interessa essendo “l’oggetto in sé ridicolo” e comprensibile solo in relazione agli altri: “abbiamo esperienze cumulative” e sono queste a dettare la nostra nozione di spazio. Partendo da questo presupposto l’artista continua a raccontarsi: “nella vita è importante il genere, il ritmo, la velocità e la finalità”, un ritmo a volte frammentario che porta a non concludere un’opera, a perdersi nei pensieri e nel “fare altro” e quindi in un bisogno di movimento continuo.
Mentre sullo sfondo scorrono immagini di opere e istallazioni dell’artista, e nonostante lo stesso abbia dichiarato di non essere un fotografo, Altshuler tenta di sottolineare anche questo suo interesse che necessari mente amplia il dibattito non solo partendo dalla distinzione della fotografia analogica/digitale, ma anche puntualizzando che l’abbondanza di immagini in serie che producono una vastità di scelte ci rendono, per renderla ancora in termini più attuali, bulimici. Wentworth aggiunge poi “le mie foto erano un modo per mettere a posto il mondo” perché tutte le immagini girano attorno al desiderio di "accomodare le cose" o a “ciò che incontriamo”, in un’epoca nella quale “tutti siamo digitali o digitalizzati”.
Essendo Wentworth anche docente universitario, le battute conclusive dell’incontro tentano di chiarire il legame tra il suo lavoro e l’insegnamento. “I giovani – sostiene Wentworth – vivono in uno spazio fantastico, ottimista, nonostante la vulnerabilità che li caratterizza […] mi piace la loro energia” ed è forse per questo che relazionandosi con loro ha cercato di arrivare alla parola, o meglio allo stato d’essere necessario a quell’età: l’autostima.