La personale dell’artista islandese Ragnar Kjartansson (Reykjavik, 1976), protagonista del Padiglione Islanda dell’ultima Biennale di Venezia, è stata sulla bocca di tutti a EX3-Centro per l’Arte Contemporanea, Firenze, nei mesi precedenti l’opening. Ne ho sentito parlare con attesa e curiosità dal primo di giorno di marzo in cui sono entrata al Centro come tirocinante. Nel frattempo la Main Room ha ospitato il Dynamo Project che ha diviso e oscurato lo spazio, rendendolo impenetrabile a metafora della beata ignoranza di una certa (maggior) parte del mondo. Poi, gli ultimi giorni di luglio, ecco arrivare un’insolita coppia nordica: Ragnar e sua mamma, he and his mother. Arrivano in tempo per la conferenza stampa e già si capisce che la vera protagonista dell’opening sarà lei, Gudrun Asmundsdottir, un sorridente fiume in piena di aneddoti sulla sua vita di eclettica attrice teatrale e televisiva.
Da chi avrà preso Ragnar, chiaro showman capace di rincorrere bambini in un cimitero travestito da morte e farsi prendere in giro per la falce di cartapesta (Death and the Children)? O in grado di stare 60 minuti sotterrato fino alla vita suonando e cantando lo stesso motivo a loop (“Satan is real and he’s working for me”, Satan is real)?
Oltre ai due video nelle sale laterali, la mostra ospita lae serie di acquerelli The Quest of Shelley's Heart su carta e The Raging Pornographic Sea su tela, quasi a dimostrare che Kjartansson non è solo divertente, ma anche abile nelle produzioni artistiche più tradizionali.
Ma veniamo all’opera centrale, Me and My Mother: si tratta di tre videoproiezioni allestite una di fianco all’altra sulle grandi pareti della Main Room, la prima datata 2000, la seconda 2005, la terza 2010. A distanza di altri cinque anni, Kjartansson ha intenzione di portare avanti questo suo progetto di vita, un video-ritratto di grande impatto pur nella sua semplicità. Ogni video ritrae Ragnar e Gudrun a inquadratura fissa, con una scenografia che potrebbe essere casa loro, mentre la mamma è intenta a sputare in faccia al figlio. Sono sputi veri, che lasciano schizzi sulla camicia di Ragnar. Nessuno dei due dice una parola, il suono degli sputi sembra quello di una mitragliatrice risuonando nell’enorme stanza vuota. L’espressione di Gudrun a tratti è severa, altri stizzita, altri ancora tradisce l’ilarità della finzione. Cosa vorranno dirci? Di quinquennio in quinquennio il figlio diventa più uomo e meno ragazzo, la madre invecchia. Per quante volte ancora si potrà ampliare la serie? I giornalisti hanno interpretato l’opera sottolineando che al Nord non si è mammoni come in Italia, che la mamma affettuosa è solo uno stereotipo italiano.
Io credo che Ragnar non voglia affatto mettere in discussione l’amore ma forse inscenarne uno ancora più forte, così forte da fare male. O forse solo farci sorridere sul tempo che passa.
a cura di Cristina Caroti