a cura di Angela Pippo
Circa un anno fa lo avevamo incontrato nelle giornate del festival di Faenza, quando nell’intervista condotta da Marinella Paderni aveva esposto il lavoro che di lì a poco sarebbe stato presentato alla Biennale di Venezia 2009 Fare mondi // Making Worlds, e mai titolo fu più azzeccato per contenere al suo interno l’opera di Tomas Saraceno.
Dopo il successo della Biennale, altri grandiosi progetti in corso e in programma, un soggiorno alla NASA Ames Research Center durato circa tre mesi, lo ritroviamo ora intervistato da Angela Vettese in un incontro a lui dedicato presso la Fondazione Arnaldo Pomodoro di Milano.
Tappa iniziale della discussione l’interesse manifestato da sempre per lo studio dei fenomeni che avvengono spontaneamente in natura e alle strategie che permettono di inserirli nell’opera dell’artista. La partecipazione alla passata Biennale ha visto in primo luogo un approfondimento sull’osservazione del moto dei ragni e al conseguente formarsi di ragnatele. Queste strutture geometriche estremamente complesse da anni appassionano aracnologi e scienziati che ne studiano le formule matematiche, “le proprietà emergenti” alla base della loro geometria, senza riuscire a venirne a capo definitivamente.
C’è chi sostiene che il mistero delle tele degli aracnidi contenga la soluzione e rispecchi le leggi di un altro grande quesito, quello della formazione dell’universo. E’ proprio in questa misura che il lavoro di Saraceno acquista quasi una valenza cosmologica, di immersione profonda nei meccanismi del mondo naturale, elementi che rispecchiano la domanda che lui stesso si pone: “quanto può essere produttivo vedere la natura esternamente a noi?”.
Costante nell’opera di Saraceno il suo proiettarsi in una dimensione utopica o forse futuribile. Come mette in evidenza la Vettese la ricerca sui materiali, sulle soluzioni per sconfiggere la gravità, su sistemi scientifici e tecnologici corrisponde forse a quella tendenza costante negli artisti di guardare più in là del proprio tempo, di immaginare prima con la fantasia che con la tecnica ipotetiche soluzioni che soprattutto dagli inizi del Novecento -come nelle architetture futuriste di Sant’Elia, o nella “metropoli” di Fritz Lang- si concentrano sull’innalzare l’uomo “ai piani alti”, di includerlo in una dimensione più aerea. Saraceno puntualizza di preferire l’idea di “futuri”, cioè della ipoteticità di diverse possibilità immaginabili e attuabili, e racconta di quello che ormai è diventato il suo più leggendario progetto: Air Port City, città o cellule abitative galleggianti in aria, attraverso l’utilizzo di tecnologie materiali.
L’innalzamento nel cielo di grandi forme sferoidali che caratterizza da anni il lavoro dell’artista è consentito prima di tutto del perfezionamento e dalla ricerca su particolari membrane acriliche fatte gravitare con l’utilizzo dell’energia solare. L’impianto tecnico e strutturale delle sue forme dichiara il retroterra di conoscenze dell’artista, architetto di formazione. Come egli stesso afferma l’attività di architetto implica molte responsabilità professionali e per questo Saraceno preferisce lavorare e inquadrare la sua opera nel campo dell’arte in senso stretto e della libertà espressiva e operativa che ne deriva. Non per questo rinuncia totalmente a una mentalità progettuale-costruttiva e nella sua concezione di opera fa riferimento a una “nuova architettura basata sulla morfologia della nuvole”, un’architettura che abbandona le ortogonali -e che si allaccia ad un filone realmente praticato- per costruirsi attraverso moduli sferici connettivi dalla struttura geometrica in costante crescita.
Le installazioni di Saraceno oltre a possedere una forte dimensione estetica rispondono in ultima analisi a una dimensione ludica quasi da “bolle di sapone”. L’elemento interattivo nell’opera è evidentissimo soprattutto nelle strutture agibili come nel grande volume d’aria alla Hayward Gallery di Londra esposto nel 2008: lo spazio sensibile all’interazione delle persone risulta particolarmente instabile ed è lo stesso artista a definirlo molto semplicemente un “dinamismo divertente”.