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/ 27 October 2010

Intervista a Salvatore Arancio @ Frieze Art Fair

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Reinventare immagini in qualcosa di più personale”, questo è uno dei punti di partenza per esplorare gli enigmatici mondi di Salvatore Arancio, giovane artista italiano residente in Inghilterra. Lo abbiamo incontrato nel suo studio, appena tornato da Frieze, dove ci ha raccontato del suo lavoro e delle sue ultime esperienze, in una piacevole chiacchierata tra due connazionali incrociatisi per caso in quel di Londra.

 

Sei nato in Sicilia, hai studiato fotografia a Londra, dove tutt’ora insegni al London College of Communication. Nel 2009 hai vinto il Premio New York, che ti ha permesso una parentesi americana presso la Columbia University. Ora presenti con la galleria romana Federica Schiavo un progetto per la sezione Frame di Frieze Art Fair a Londra. Spiando nel tuo studio mentre lavoravi al progetto ho trovato delle pietre laviche… Qual è il tuo rapporto con i luoghi, quelli da cui provieni, quelli che attraversi e quelli che vivi nel quotidiano?

S.A. Spesso i miei lavori mi riportano in paesaggi in cui la natura si manifesta in maniera forte, un po’ come quelli siciliani in cui sono cresciuto. Strano ritrovarsi li via Londra, di sicuro non è una questione nostalgica, forse ha più a che vedere con l’esperienza di essere cresciuto convivendo con eventi e condizioni straordinare, che ti mettono costantemente di fronte al senso di incertezza e all'impotenza dell'uomo. Sono molto attratto dalla natura, ma sono sicuramente, anche una persona che ama le grandi metropoli. Di solito in un contesto urbano trovo stimolanti luoghi marginali o che hanno perso la loro funzionalità, rovine urbane con un identità non definita in termini geopolitici.

 

Sei appena tornato da Grenoble, dove partecipi a SI – Sindrome Italiana, una mostra a cura di Yves Aupetitallot che riunisce la giovane scena artistica, curatoriale ed editoriale italiana. Il progetto è sintomatico della tendenza alla mobilità che accomuna i protagonisti della generazione di artisti successiva a Cattelan, il cui successo si fonda soprattutto su iniziative autonome di rilevanza internazionale. Quali sono le tue impressioni a riguardo? E quali sono i punti di forza, a tuo parere, di una scena italiana che riceve consensi a livello internazionale?

S.A. Anche se ho un legame forte con l’Italia, ho passato la maggior parte della mia vita in Inghilterra, specialmente gli anni dei miei studi e della mia formazione artistica, dunque a dire il vero la scena Italiana non la conosco benissimo. Non vivendola in prima persona forse potrei fare solo delle mie supposizioni un po’ da “outsider”. Partendo da questo presupposto, da quello che percepisco, sicuramente in Italia la situazione politica degli ultimi anni e l’appiattimento culturale promosso dalla cultura populista dei media, ha forse creato una forte esigenza di espressione, che si manifesta fuori da certi canoni "mainstream" e che trova molto spesso nell’autoproduzione e nell’uso del web i suoi principali vicoli comunicativi. I vari magazines di arte e cultura prodotti in Italia sono un esempio di questo, tramite loro e il lavoro di varie giovani gallerie e spazi no profit, pronte a rischiare con la loro programmazione, si è riusciti a continuare un certo tipo di informazione e interesse.

 

Guardando i tuoi lavori si riconosce una commistione di mito e scienza capace di creare immagini dal forte potere evocativo e allo stesso tempo spiazzanti. Qual è il processo alla base di questa alchimia?

S.A. Il tutto nasce sicuramente dal mio forte interesse per un mondo a cui sono alla fine abbastanza alieno, quello scientifico, ma che allo stesso tempo trovo molto affascinante. Mi attrae la sua impenetrabilità, il suo valore universale e specialmente il suo status continuamente mutevole, che apre possibilità per continue "redundancies" e fallimenti. Come per i paesaggi che fanno parte dei miei lavori, un tempo utilizzati per illustrare nozioni scientifiche che avevano spesso come base appunto miti popolari, ma che rivisti oggi mantengono solo una funzione formale, poetica. La mia attrazione verso questo immaginario, l’ “inesattezza” che lo circonda ed il mio desiderio di reinventare immagini in qualcosa di più personale è uno dei punti di partenza della mia pratica.

 

Puoi raccontarci infine qualcosa del lavoro che hai presentato a Frieze?

S.A. Per Frieze ho presentato l’installazione intitolata: An Account of the Composition of the Earth’s Crust: Dirt Cones and Lava Bombs. La selezione di lavori è centrata attorno al video Loomer creato manipolando digitalmente la prima scena di Dr Strangelove or: How I Learned to Stop Worrying and Love the Bomb, il film di Stanley Kubrick del 1969 in cui si ipotizza un olocausto nucleare. Attraverso la mia manipolazione cerco di far diventare il paesaggio dell’enigmatica scena assurdo, fantastico, soprannaturale. L’idea è nata dopo aver notato, rivedendo il film dopo parecchio tempo, la strana somiglianza tra quella scena e il tipo di lavori che stavo creando in quel momento, che avevano come ispirazioni forme naturali quali gli Isembergs e Dirt Cones.

 

a cura di Manu Buttiglione

 

(tag Maurizio CattelanFrieze Art FairSalvatore ArancioYves AupetitallotStanley Kubrick)
publishing by fabio onDate 27.10.2010 (0 comments)
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Loomer, video for projection 1 min 54 sec, 2010 - frame da video, courtesy dell'artista
Loomer, video for projection 1 min 54 sec, 2010 - frame da video, courtesy dell'artista

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