a cura di antonella morrone
In occasione di F.I.S.Co. abbiamo intervistato il gruppo MK, una formazione indipendente che si occupa di performance, coreografia e ricerca sonora.
A.M. La formazione di MK si occupa di performance, coreografia e di ricerca sonora. Riusciresti a darmi una definizione del prodotto dell’ interazione di questi tre elementi?
MK Non abbiamo una posizione strategica preventiva, è più una questione di tattica momentanea, legata alle esigenze del momento. Apparecchiamo la tavola per come ci serve. Trattando, ad esempio, il suono come una questione materica, come una densità, come un volume, non osserviamo la mescolanza e l'interazione perché in fondo c’è un’uniformità. Nel senso che lavoriamo prendendo da diversi elementi lo stesso precipitato, per cui è uno scorrere molto sintattico legato alla progettualità del periodo o della fase.
A.M. Potresti raccontarci brevemente, come è nato lo spettacolo speak spanish?
MK Lo spettacolo è nato da una serie di viaggi del gruppo in posti forti e antitetici come Giacarta e Minneapolis.
Abbiamo fatto in comune delle esperienze di spostamento e in un certo senso anche di disagio, di riorganizzazione della nostra presenza in luoghi non propri, non riconosciuti.
Infondo da sempre il nostro lavoro ha a che fare con la questione della geografia. Forse all’inizio con un orizzonte geografico per cui la carta era l’oggetto che concretizzava il desiderio della fuga o del dissolvimento. Invece adesso ci stiamo rendendo conto di quanto preceda il mondo che noi dobbiamo attraversare, come misura del controllo. Stiamo cercando di capire e di indagare questo aspetto della presenza umana in uno spazio che non è più quello che possiamo riconoscere, è uno spazio che annulla innanzitutto le distanze.
Speak spanish è un lavoro di immissioni in sistemi coreografici propri, in una maniera grossolana perché in realtà non sono approfonditi nel senso della specializzazione professionistica. Questi sistemi coreografici non vengono dati come una abilità corporea in sé. Sono proprio delle abitazioni temporanee e al loro interno puoi decidere che tipo di attitudine assumere. Come quando parli un’altra lingua e ti piace parlarla con l’accento ad esempio di Salerno o ti sforzi di parlarla con il suo accento originario, fai delle scelte di questo tipo. Ecco, è come un’indagine su questo tipo di scelte turistiche.
A esempio, per dirne un’altra, anche su come il parlare o il cominciare a pensare in un’altra lingua modifichi la postura della colonna.
Ci sono tantissimi aspetti che vagano all’interno di questo lavoro e che probabilmente occuperanno altri lavori ancora ispirati a Il giro del mondo in 80 giorni di Verne, una sorta di miscuglio tra l’utopia di viaggio ottocentesca e il deserto del reale, come dice qualcuno. Insomma, sono temi che ci attraversano in continuazione.
A.M Nei vostri lavori, quale ruolo date al pubblico?
MK Questa è una domanda veramente difficile perché ogni volta mi do delle risposte diverse. Forse tempo fa ti avrei detto sempre un ruolo scomodo di riorganizzazione, anche di negoziazione della propria presenza all’interno di un qualcosa che dice innanzitutto: ecco, io sono qui!
A volte cerchiamo di produrre decisioni in tempo reale, quindi anche voi siete in questa dimensione e non ci sono cose da spalancare per voi ma le guardiamo insieme, al limite ci guardiamo in faccia. Altre volte non è assolutamente contemplato, nel senso che il lavoro si osserva cosi come si osserva un documentario in televisione sulla migrazione degli gnu.
In questo momento non ti so rispondere, perché appunto mi do delle risposte sempre diverse.
A.M. La performance, la coreografia e il sonoro, inevitabilmente instaurano un rapporto con lo spazio che le ospita. Come considerate questo rapporto e quanto può essere considerato la variante di uno stesso spettacolo messo in scena in luoghi differenti?
MK lo spazio è praticamente tutto, ovviamente è messo in relazione con il tempo, messo in relazione con la possibilità di astrarlo al massimo della sua capacità di conduttività. Adesso lo spazio sta ridiventando il posto, il luogo. Ha una sua densità atmosferica e quindi anziché essere una emanazione della dinamica del corpo è un luogo fisico reale che devi attraversare, che scegli in relazione a quello che stai proponendo di sfondare, di aprire, di evitare, di circoscrivere. Anche qui parlerei della messa in gioco di una tattica legata a delle coordinate precise.
Rispetto alla seconda domanda, facciamo dei lavori che all’apparenza sono molto diversi ma che in fondo tornano sempre sullo stesso punto anche se a livelli diversi di questa spirale che è la nostra personale indagine sul corpo, sulla presenza e sul movimento.
Poi c’è tutto un altro discorso in relazione ai misfatti del site specific. Insomma un discorso più ampio che forse richiederebbe un’altra conversazione.