Intervista a Cristiana Collu – Dreamtime. Lo spirito dell’arte aborigena
Incontro Cristiana Collu, direttore del MAN_Museo d'Arte della Provincia di Nuoro, per parlare di Dreamtime. Lo spirito dell'arte aborigena. Un corpus di opere imponente, per quantità e qualità, che rimarranno in mostra sino al primo maggio 2011, formando la tranche iniziale di un progetto affascinante e colorato, di uno sguardo prolungato sull'arte aborigena, che sarà perfezionato da una seconda esposizione intitolata Arcaicità e astrazione. Il linguaggio dell'arte aborigena, ospite del polo museale nuorese dal 6 maggio al 28 agosto 2011.
Secondo la mitologia aborigena, il Dreamtime è il tempo che antecede la formazione del mondo. È un tempo onirico, dell'interpretazione fantastica, e allo stesso tempo è una cifra comune che unisce concretamente le numerose tribù australiane. Quali sogni, inconsci o meno, si vogliono stimolare con un progetto del genere?
L'idea del Dreamtime è molto complessa, tanto che l'unione dei termini in inglese non ne restituisce appieno il significato. Possiamo dire che il Dreamtime è un racconto e considerarlo sotto quest'ottica, in qualche modo, ci soddisfa perché restituisce una sorta di unione con il concetto di "eredità culturale". Così come il Dreamtime, ogni eredità è un accumulo di narrazioni. Nonostante queste arrivino a noi per mezzo di codici materiali (come il racconto orale, per esempio, o per immagini o oggetti), costituiscono un patrimonio immateriale poiché ciò che rimane del Dreamtime è l'esperienza personale: un patrimonio enorme ma immateriale di conoscenza è trasmesso oltre la materialità degli oggetti. Mi pare che questo sia un denominatore comune con la cultura sarda. Perché fare una mostra del genere in Sardegna? Un museo a vocazione internazionale come il nostro può programmare qualsiasi tipo di mostra, ma il MAN affonda le proprie radici ed è situato in un tessuto socio-culturale che ha generato e reso possibile l'esistenza stessa del museo. In qualche modo cerchiamo sempre di rinnovare il dialogo col territorio, che deve essere costantemente suggellato con uno scambio incessante. Bisogna cercare un equilibrio nel rapporto tra museo e comunità, tra la programmazione delle mostre (che talvolta vanno anche fuori dall'ordinario, che sono differenti da quelle che ci si potrebbe aspettare) e una continuità culturale che è trasmessa e dispersa. Come direttore di questo museo sono una testimone, il primo tassello che certifica il passaggio di un'eredità. In questo movimento alla comunità inserisco un concetto cui tengo molto: quello dell'ospitalità e dell'ospite.
Il museo è il luogo dell'ospitalità, uno spazio che si presta a "farsi casa" di identità sempre diverse. Dreamtime rappresenta la più vasta collezione di lavori aborigeni che abbia mai lasciato l'Australia. Pare evidente l'eccezionalità di questa circostanza, di questo "darsi come ospite". Francesca ed Eliana, le sue collaboratrici, mi hanno invitato a fare un'esperienza, a fruire della mostra quasi fosse un doppio viaggio, sia tematico sia geografico. Esiste un equilibrio tra il "dare" e il "prendere" in Dreamtime, secondo lei?
La cifra dell'ospitalità è una delle linee guida del lavoro che faccio al MAN. Inoltre, credo che essa faccia parte del nostro DNA di sardi. Come si traduce la tanto decantata e ostentata ospitalità sarda? Ci sono molte traduzioni. La più banale e anche la più diffusa – non per questo meno importante – è quella che rivela l'ospitalità spiegandola con la radice del termine – host – che significa ostile. L'ospite, come nella filosofia contemporanea di Derrida, è l'altro, è lo straniero che genera talvolta un conflitto. È un incontro/scontro, è una condivisione di un territorio. L'ospite che viene a trovarmi a casa, non solo condivide con me la sua esperienza, ma condivide anche il mio spazio. L'equilibrio è il punto da cercare sempre. Va ricercato e mantenuto attraverso un gioco di rimandi e risonanze, e quando si parla di culture primordiali come la nostra, è l'elemento che rimanda a me che crea l'equilibrio, ciò che mi appartiene, la mia identità. Io leggo la tua esperienza, quello che tu produci e lo calo nella mia realtà, riconoscendo che molti segni sono comuni. Questa sorta di comunità fa in modo che non si veda l'altro così ospite, così distante, così "altro". Esiste una certa omogeneità che ci permette di vedere Dreamtime non tanto quanto una cosa esotica e apparentemente distante, quanto, piuttosto, come una dimensione dove improvvisamente queste distanze si azzerano e si annullano. Penso a quando guardo alcuni dipinti e mi vengono in mente certi cespugli di giunco, penso a quando guardo alcune visioni aeree che hanno gli aborigeni e rivedo le piante del nuraghe, o quando considero il simbolismo che segna il passaggio tra la vita e la morte e lo ritrovo nei nostri siti archeologici. Questo vuol dire che anche gli altri possono vivere la nostra storia, e che noi stessi possiamo leggere la nostra storia partendo dall'altro, cosa che non abbiamo la capacità di fare, cosa che non riusciamo spesso.
Come s'inserisce una simbologia primitiva come quella del Dreamtime, la sua forza iconografica, in una situazione postmoderna come quella occidentale, dominata da codici e sottocodici imposti forzatamente dai media?
Possiamo dare una doppia lettura alla mostra: una storico-etno-antropologica (vista la completezza del corpus di opere) e una lettura contemporanea (che è il motivo reale della mostra). Vi suggerisco un percorso. Nella maggior parte dei casi ricerchiamo in Dreamtime una cultura primitiva. Facendo uno sforzo superiore, però, potremmo leggere l'arte aborigena come una cultura pop. Le opere in Dreamtime sono veramente pop. I codici presenti nei dipinti si possono ritrovare banalmente nei parei o nell'oggettistica da bancarella, quindi è persino andato oltre il pop, nell'ultra pop, sconfinando nel "quasi nulla". Direi anche molto aldilà del travaso kitsch, oltre l'oggettino comprato dal signore che passa per strada. Esso è accessibile nel suo "costare quasi nulla", nel suo essere "quasi nulla", nel suo essere assolutamente transitorio in questa declinazione super deteriore di certi linguaggi. Ciò vale per la cultura aborigena come per quella africana, patrimoni di conoscenze delle quali ci impossessiamo e, utilizzandole, ci dimentichiamo della loro forza. Non scordiamoci che un artista aborigeno ha celebrato un rito per purificare gli spazi del museo e permettere agli spiriti che vivono negli oggetti e nelle opere in mostra di abitare una casa adeguata alla loro energia. Per noi questi aspetti non contano più e diventano di grande consumo.
È interessante vedere i travasi, le contaminazioni consapevoli e inconsapevoli. Questo fa la differenza, restituendoci una grande complessità che sembra apparentemente omogenea: degli artisti usano codici contaminati in maniera inconsapevole, altri li usano consapevolmente, innovando, introducendo la loro visione di aborigeno del nostro tempo. Ci sono artisti, quindi, che usano i codici e introducono una visione contemporanea. Aborigeno, pertanto, può essere declinato in vari significati.
Infine Cristiana Collu e il MAN che racconto hanno riconosciuto in Dreamtime?
C'è una cosa che è resa parzialmente, a mio avviso, bisogna conoscerla. La divisione della mostra in base ad un criterio geografico è fatta a uso e consumo del pensiero occidentale. Per gli aborigeni doveva essere utilizzato un criterio linguistico, una divisione che dice tutto: il linguaggio forma il mio mondo, che non si riconosce tanto nel territorio quanto nella gente che parla la mia lingua. Il linguaggio è la sua origine, quindi, perché identifica parti del mondo differenti dal mio, ne restituisce una visione. Nel centocinquantesimo anniversario dell'Unità di Italia si sente parlare del concetto di "origine". Per il MAN parlare di origine vuol dire andare alla genesi delle cose, trovando un modo nuovo per guardare al principio, all'archè.
a cura di Giangavino Pazzola

































