Incontro con Botto&Bruno - Gemine Muse 2010
Sono già passati dieci anni da quando Gemine Muse è nata a Padova da un’idea di Virginia Baradel e Giuliano Pisani. L’idea originaria di Gemine Muse è stata quella di creare un dialogo tra arte contemporanea e arte storicizzata, mettendo a confronto i giovani artisti con le grandi opere del passato e le architetture museali.
Da lì la manifestazione si è evoluta, andando a coinvolgere sempre più città e spazi diversi al di fuori dei musei, diventando così un gradino di passaggio importante sia per i giovani artisti che per i giovani curatori.
Il Forum Nazionale di Gemine Muse si è realizzato a Padova in due giornate di incontri: la prima in cui si sono messe a confronto le diverse esperienze delle molte città che vi hanno preso parte negli ultimi due anni; la seconda, invece, si è sviluppata in un incontro-conferenza tra Botto&Bruno e gli artisti e curatori di Gemine Muse, una mattinata di scambio intellettuale e di reale apertura da parte del duo nel raccontare la propria esperienza artistica.
L’incontro con Botto&Bruno diviene il presupposto per questo articolo, in cui si vuole proporre una diversa lettura del loro lavoro, nata da una riflessione sulla mattinata in loro compagnia e quindi da un reale confronto con la coppia artistica.
Come ben si sa, protagonista dell’opera di Botto&Bruno sia nei video, che nelle fotografie, che nelle installazioni è la periferia, soprattutto quella di Torino, dove loro due sono nati e cresciuti, e dove tuttora vivono, in un rimando continuo di intrecci tra biografia e pratica artistica.
Il loro costante fotografare angoli di periferia è solamente il presupposto iniziale per il lavoro finito, quasi uno studio preparatorio il cui frutto si tramuta sostanzialmente in un reale archivio di immagini urbane da riassemblare, ristrutturare e destrutturare per creare poi le “opere” finite.
L’importanza del lavoro analogico e dell’effettivo intervento manuale diviene la caratteristica peculiare dei loro lavori. La lentezza nella realizzazione derivante dall’utilizzo del disegno, del cutter e del collage tra i pezzi fotografati, si tramuta poi in ciò che produce quella energia “interna” che, nel momento del lavoro finito, viene sprigionata grazie agli accostamenti cromatici composti spesso da colori aciduli e chiaramente artificiali.
Anche nel caso dei loro video, si può parlare di un intervento manuale forte da parte degli artisti, dove l’alta definizione e la postproduzione producono quel velo di idilliaco, “fantastico” e poetico tipico dei loro lavori.
Questo procedimento si ribalta completamente nel caso dell’ultimo loro video The Playground , esposto sempre a Padova alla mostra Art//Tube nello stesso periodo della loro presenza a questo convegno. In questo caso la postproduzione diminuisce e si riduce al grado zero, divenendo una ripresa della realtà, di quello che Botto&Bruno vedono accadere dalla loro finestra, dove emergono i pixel della bassa definizione che dichiarano l’autenticità del loro sguardo tipicamente urbano su di un campo da gioco. Si trasformano in osservatori meticolosi di ciò che accade al di fuori e, perciò, diventano realistici, cogliendo così in maniera totale lo spirito della mostra dove si voleva confrontare il video amatoriale con quello d’artista.
E’ sul termine urbano che vorrei soffermarmi, l’arte di Botto&Bruno è un’arte urbana, che coglie l’essenza delle città e la esprime in immagini dal forte impatto visivo e dalla liricità intrinseca. Liricità perché raccontano di angoli, di luoghi e di personaggi, quei personaggi senza volto che sembrano caratterizzati dall’incomunicabilità, ma che in realtà creano all’interno dell’immagine un silenzio assordante che parla del loro vissuto.
Per capire questi lavori bisogna quindi entrare nei meccanismi della street art, nella forza di un luogo, nel contestualizzarvi una scritta o, meglio in questo caso, un personaggio.
Così come lo street artist sceglie un muro o un vagone dove intervenire perché “lo chiama”, così è in loro, dove la scelta del luogo diviene essa stessa la protagonista del fare artistico, dove è l’obbiettivo della macchina che sceglie il luogo da rielaborare e poi far rivivere.
Mi riferisco alla Metropolitana di Poggioreale, in cui Botto&Bruno sono stati chiamati a intervenire, o ad un lavoro molto precedente a questo come quello al Bullet Space a New York, è così che le loro foto ingigantite divengono un sentiero da percorrere e guardare mentre vi si cammina o vi si scorre di fianco. Nel caso delle grandi installazioni, il loro lavoro deve essere attraversato per essere totalmente vissuto ed esperenziato; come nel caso della metropolitana, appunto, dove è stato creato un collage sul posto, un collage urbano dove la poeticità del loro lavoro si è relazionata con i tunnel, generando così un lavoro di accompagnamento, un lavoro che si è totalmente relazionato con l’architettura divenendone parte.
Penso a questo accompagnamento, a queste incredibili visioni ideate come delle reali inquadrature, che creano degli spezzoni di realtà totalmente cinematografici, rimembranti per molti aspetti le stesse inquadrature, tematiche e tecniche del cinema di Gus Van Sant.
Parlando di arte urbana e di metropolitana il paragone da farsi è con il magnifico Paranoid Park, qui assunto come esempio. Il continuo percorso e passaggio richiesto dai lavori di Botto&Bruno è assimilabile alle inquadrature di Van Sant che spesso riprendono il personaggio da dietro accompagnandolo nella storia, e se si pensa soprattutto ai dialoghi dei suoi film, che sono quasi inesistenti ed inutili (Elephant e Last Days ne sono praticamente privi) in realtà assordano e comunicano come i personaggi di Botto&Bruno, che guarda caso spesso sono adolescenti incappucciati. I rimandi sono davvero molti, e la scelta della musica, sempre fondamentale sia nel caso dei film di Gas Van Sant che in Botto&Bruno dove è sempre e comunque presente, nonché realizzata da loro, diviene la colonna sonora di questo silenzio.
Un silenzio malinconico, da intendersi però nell’accezione più alta del termine: una malinconia intellettuale che genera riflessione.
Francamente sentire continuamente parlare dei non-luoghi di Marc Augé quando ci si riferisce a Botto&Bruno ha stancato. Mai più luogo è stato più forte di quelli rappresentati da loro, luoghi di passaggio, di vita, di gioco e luoghi mentali, ma quindi pur sempre luoghi.
a cura di: Giada Pellicari































