Ascoltare le parole di Shilpa Gupta significa udire le spezie nei claxon di Bombay, origliare le strade disseminate di cambiamenti radicali, avvertire il sudore dell’inquietudine tra gli scoli del luccichio di Bollywood, la disparità, lo sradicamento di tradizioni immediate, i proiettili Pakistani, i fucili nel Kashmir, il 1992, gli asili sfollati. Significa avvertire sottopelle la trascendenza dell’ arte nonostante l’ avversità del contesto: la natura di un fiore, che raro, fiorisce tra foglie di cemento. “Bisogna coinvolgere la vita delle persone, io sono interessata allo scopo dell’ arte nella forma in cui c’è un momento di scambio, di trasformazione, di elaborazione, di necessità dell’oltre, un momento da dedicare alla propria storia.”
Nelle opere di quest’incredibile artista traspare il minimalismo agghiacciante del linguaggio della mente. Un attitudine precisa e perforante che attraversa inquietudini, nevrosi e paure che fluiscono a noi assumendo contorni schietti, semplici e combacianti. “Le idee sono flussi che scappano da una mente all’altra, l’arte prescinde sempre dalla contingenza in cui opera, non è mai comune e tantomeno uniforme.” Le opere di Shilpa sono un esperienza viaggiatoria, un segreto che si spoglia del suo forziere, un valore aggiunto per chi vuol dar un volto alle proprie angosce senza nascondersi dietro l’ovvietà della propria geografia.
a cura di elia giovacchini