Allo studio Samorè nel tardo pomeriggio, Andrea Lissoni, critico e curatore co-fondatore di Xing, intervista John Duncan, artista sperimentale statunitense maestro dell’happening e della performance che negli ultimi anni ha spostato la sua attenzione verso la ricerca musicale. Tra le sue più famose collaborazioni, nelle quali ha contaminato arti visive e musica, quelle con Paul McCarthy e Allan Kaprow.
Duncan inizia a lavorare come artista visivo, sostanzialmente come pittore, successivamente inizia a mettere in scena performance di danza, per arrivare poi al fulcro del suo attuale lavoro ovvero la sperimentazione del suono. Il suo bisogno di creare nasce come risposta al clima che si respirava in famiglia, molto religioso, pesante e oppressivo per la sua mentalità già molto all’avanguardia; “avevo bisogno di farmi delle domande: chi ero?cosa volevo realmente fare?” e il suo lavoro artistico scaturisce dalla necessità di capirsi e capire come esprimere se stesso nel modo migliore. “Non ho mai voluto fare il musicista” afferma l’artista, che ammette di non saper suonare nessuno strumento classico, “gli unici strumenti che uso sono la radio e la voce”. Fin da piccolo è affascinato da questi potenti mezzi di comunicazione che sperimenta e studia instancabilmente nei suoi lunghi viaggi tra L’Europa, il Giappone e gli Stati Uniti. Lo scopo del suo lavoro è quello di produrre suoni che non abbiano un legame affettivo con l’immaginario del pubblico, come possono essere il suo di un pianoforte o di una chitarra, ma quello di sedurre lo spettatore e studiarne attentamente le reazioni.
La costante sperimentazione musicale lo ha condotto alla creazione di uno strumento ibrido, descrivibile come una sorta di contaminazione tra suoni ricavati da computer, radio e shortwaves, questo spiega la sua volontà di continuo cambiamento di fonti, di sovrapposizione e composizione perenne di suoni , di creazione di codici e nuove combinazioni che escono fuori sempre uniche e differenti le une dalle altre.
Il suo fare arte è sintetizzabile nella volontà di scioccare lo spettatore e portarlo al superamento dei propri limiti psico-fisici, ma questa operazione di sconvolgimento emotivo ha valori molto limitati “si può scioccare lo spettatore una sola volta, riuscire a farlo per la seconda o addirittura per la terza volta è difficilissimo”.
La sua missione non è quella di intrattenere il pubblico, questo tipo di attività artistica non lo interessa, “la mia idea è quella di evocare e invocare qualcosa in chi ascolta, che neanche io so bene cosa sia!” ma è fermamente convinto che il suo lavoro per ritenersi soddisfacente, debba scatenare dei cambiamenti e delle scoperte continue sia in egli stesso che negli spettatori, all’interno di un continuo scambio di informazioni, percezioni e reazioni.
a cura di Ottavia Ganga