Al MIC, tempio delle maioliche faentine, Milovan Farronato incontra Cosey Fanny Tutti, artista di performance, nata ad Hull nel 1951, indagando la sua esperienza artistica a partire degli anni ’70, in una sorta di prospettiva storica, alla luce di un ipotetico - quanto probabile - cambiamento dell’odierna percezione.
Christine, Scarlett, Cosey. Nomi differenti che non marcano la frammentazione della personalità, ma connotano “la percezione di me stessa attraverso il cambiamento”. Dalle immagini come sex model “vicine al fetish più che al glamour” ai torbidi palcoscenici dello streap, l’artista arriva all’esplorazione della propria intimità sessuale attraverso l’osservazione delle reazioni fisiche maschili, “dal di dentro, tramite lo scambio immediato” dice, “la cornice era rigida, ma potevo muovermi, portare me stessa”. Dopo la mostra Prostitution del 1976, Cosey da “manipolata” si tramuta, nella percezione dei suoi fotografi, in manipolatrice: da ciò i lavori si diradano, ma l’arte continua a parlare della sua vita, a “coincidere con essa”, in quel continuo rovesciamento della realtà che non è finzione ma “mimetizzazione in ruoli diversi” dice. “Il tempo è un fattore meraviglioso – continua – gli intenti vengono fuori in un contesto diverso - perciò continua - ho imparato a vivere come esperienza liberatoria l’accettazione di un qualcosa fatto per costrizione”.
Emerge il legame stretto tra l’espressione pornografica e i progetti musicali che vengono in seguito: in essi, come nel gioco delle sex performance, “cerco di trasferire la mia vita”. A questo dunque si assisterà al Palazzo Gallery di Brescia con la performance sonora con Chris Carter, in cui sonorità, spazio e immagini saranno armonizzate, nell’intento di interconnessione tra audio e video.
a cura di sara marceddu - Cyou