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/ 14 April 2010

Intervista a Silvia Fanti, direttrice artistica di F.I.S.Co.

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a cura di Antonella Morrone

A.M. Siamo alla decima edizione del F.I.S.Co., quali sono le aspettative per questa edizione?

S.F. Dunque, F.I.S.Co. è un festival internazionale sullo spettacolo contemporaneo organizzato da Xing (struttura indipendente su Bologna). Sono dieci anni che facciamo il festival e non c’è un festeggiamento particolare, anzi è una edizione snella e veloce, senza bandiere da mettere. Le aspettative sono semplicemente quelle di proseguire un discorso. Per quanto i festival sembrino delle occasioni eccezionali, in realtà per noi è importante avere parola nel corso dell’anno su più occasioni e quindi operare con continuità. Si tratta non tanto di offrire uno sconvolgimento ma di andare a frugare sempre di più nelle sfumature delle nuance che riguardano il fare arte dal vivo, ci occupiamo di performance, e dei linguaggi del contemporaneo.

Ci aspettiamo di continuare un percorso di approfondimento con il pubblico e con artisti a livello nazionale e internazionale e di operare in città in maniera pervasiva. Il fatto che abbiamo deciso di utilizzare diverse location nella città è un segno di politica culturale del festival; senz’altro crediamo di aver voce in capitolo. E’ da tempo che promuoviamo a Bologna una cultura di questo tipo; per quanto ci sia una recessione evidente in ambito culturale in Italia e, per quanto Bologna, meno brillante del solito, sia particolarmente bloccata in questa fase dal punto di vista politico amministrativo e della vivibilità, ci aspettiamo di non perdere posizioni.


A.M. L’idea di creare un festival che vertesse sull’interazione dei linguaggi artistici fa riferimento all’idea di opera d’arte totale di Wagner?

S.F. Non direttamente. Non c’è un riferimento alla storia dello spettacolo, né in particolare alle neoavanguardie ma semplicemente è un’osservazione della quotidianità; il contemporaneo è trasversale quindi si tratta di andare a vedere come di volta in volta si spiegano i linguaggi.

Più che il discorso dell’interdisciplinare, che qualche anno fa è stato spostato sul concetto di indisciplinato e quindi al di fuori delle discipline  con tipo di atteggiamento abbastanza ribelle, io parlerei di trasversalità linguistica sia a livello di parola, sia a livello di gesto, di segno, di pratica. Una delle parole chiave del festival è Esperienza; l’esperienza non la puoi frammentare, è legata a ciò che cambia all’interno di chi è esposto a una occasione artistica, non si tratta semplicemente di  incanalarsi in una disciplina.


A.M.
Ogni anno, un nuovo titolo è indice di un diverso campo di indagine: quest’anno il titolo è Color cane che scappa. Potresti spiegarci come mai la scelta di un titolo, per alcuni versi, enigmatico?

S.F. Viene da un testo introduttivo della rivista l’Accalappiacani, è un semestrale di letteratura comparata al Nulla è un editoriale del primo numero in cui veniva lanciata questa immagine. Tra l’ altro, Color cane che scappa, sembra che abbia origini dialettali e significa incolore e indefinibile. Un’immagine che chiunque può intuire cosa significa e questa cangianza, questa non classificabilità dei lavori presentati a F.I.S.Co., era in questa edizione particolarmente evidente. Si utilizza la parola generica lavori perché a volte si parla di opere e a volte si tratta semplicemente di comportamento. Il fare dell’artista e ciò che produce sono veramente sullo stesso piano di significazione e quindi anche ciò che si vedrà all’interno di questi dieci giorni di festival sarà sfuggente. Avrà una propria energia difficilmente misurabile ma che c’è.


A.M. Dalla prima edizione ad oggi, il vostro approccio è cambiato?

S.F. Si tratta di mettere a punto un’idea in cui però ci sono delle linee portanti che si sono ripetute. L’attraversamento della città in termini logistici e in termini di collaborazione è molto importante così come avere dei partner e non operare da soli.
Poniamo attenzione anche alla qualità dei luoghi. Non voglio dire che ci interessano per forza dei teatri, ma dei contesti in rapporto con gli artisti.

Direi, che non ci sono stati dei cambiamenti radicali ma un andare a spostare di un po’ la prospettiva di anno in anno.

Il festival da alcuni anni ha una pubblicazione, un quaderno di materiali  che accompagna l’iniziativa e, rivedendone le vecchie pubblicazioni, sembrano tutte attuali evidenziando che si tratta di un progetto a lungo termine con una sua continuità interna.


A.M. Avete riscontrato un’evoluzione nella risposta del pubblico ?

S.F. A me sembra che Bologna abbia un calo di interesse generico rispetto alla cultura. Parlando con altri operatori sembra che tutti siamo concordi  su questa visione. C’è stata una flessione del 20% - 30% in meno del pubblico del contemporaneo rispetto agli ultimi due anni. Non parlo della nostra iniziativa, parlo di  ciò che viene proposto di contemporaneo su Bologna.

Il F.I.S.Co. ha uno zoccolo duro di curiosi affezionati; non lavora su un target generazionale ma su un’area trasversale a livello di età che va dai venti ai sessanta anni.

Il discorso sulla performance a Bologna lo ha portato avanti in maniera molto forte Xing; non ci sono tante altre organizzazioni che si muovono su questo e quindi diciamo che forse è stata riconosciuta appunto una voce.

Per quanto molti degli artisti che noi presentiamo non siano affatto conosciuti in Italia, il pubblico si fida. La flessione di cui parlo è una flessione numerica dovuta anche al fatto che, lasciando da parte la sociologia, un processo scientifico, sembra che sia sempre più duro avere economia e tempo libero.

Piuttosto che vedere otto dieci venti spettacoli, la gente sceglie di vederne due. Non perché non c’è la volontà di avvicinarsi a degli oggetti ma perché non c’è agio. Per cui credo che noi siamo nella norma italiana.


A.M. Dato che nell’arte contemporanea gli sponsor spesso influenzano in parte le scelte artistiche, mi piacerebbe sapere se, anche nel vostro caso ci sono state delle pressioni o siete stati lasciati liberi nella direzione artistica da far prendere al festival?

S.F. F.I.S.Co. non ha sponsor. Ha solo dei partner istituzionali come la Regione, il Comune e da quest’anno il Ministero. Ha inoltre dei rapporti con gli istituti di cultura estera in Italia e, anche per questo motivo ha dei riconoscimenti buoni, perché nel tempo sanno che tipo di traghettamento è stato fatto.

Non è un festival, anche per questioni numeriche, in cui un ente può investire così tanto per poter fare pressioni in modo da poter modificare le nostre azioni.

Anche su altri tipi di iniziative come il Netmage, che invece ha avuto dei partner  privati commerciali, una volta che hanno deciso di avvicinarsi ad Xing, non hanno insistito sullo spostare le linee in una direzione piuttosto che in un’ altra. Credo che il mercato ha una sua intelligenza e queste sono scelte che gli sponsor fanno a priori come l’avvicinarsi o meno ad un soggetto, conoscendone il tipo di relazioni a cascata, l’organizzatore e il rapporto che ha con il pubblico e con altri partner. Mi sembra un fuori luogo rispetto alla nostra realtà.

 



I volontari
di Cyou saranno presenti con la Ctv ad alcuni degli eventi di F.I.S.Co. per intervistare i protagonisti di questa manifestazione e per promuovere la community C. Per maggiori informazioni controlla I NOSTRI APPUNTAMENTI.

 

(tag NetmageAndrea LissoniCyouF.I.S.CoXingSilvia Fanti)
publishing by fabio onDate 12.04.2010 (1 comments)
Cosimo write

Il pubblico è in calo perché spesso tradito dalle vostre scelte, sia artistiche che di costo del biglietto. Mi spiace ma create un luogo arido e senza luce. Il nulla porta al nulla.

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