Il Tempo. Se lo considerassimo passato, sarebbe già perso o memoria sfumata. Se fosse futuro, sarebbe incognita, un’attesa instabile. Se fosse presente non sarebbe etichettabile: il tempo di scriverlo o nominarlo e sarebbe già coniugato in un altro tempo. Questo non esclude, ad ogni modo, che possa diventare l’essenza di un attento percorso mentale.
Parlo, anzi sto scrivendo del Tempo, annosa incognita filosofica, per arrivare a descrivere un processo, l’Entretiempo: quello spazio virtuale che nasce quando l’esperienza visiva [reale e immaginaria] mette in relazione spazio e tempo. Quel teatro «la cui comprensione inizia in ogni immagine suggestiva per attivare la percezione dello spettatore attraverso la particolare trama di associazioni e stimoli che scatena», come da comunicato stampa. Quell’interstizio che è stato il fulcro della mostra terminata domenica 16 gennaio, al MAN_ Museo d’arte della Provincia di Nuoro.
Entretiempos / Nel frattempo, istanti, intervalli, durate è un progetto internazionale a cura di Sérgio Mah, co-prodotto dal MAN, insieme al Centro de Arte la Regenta, Gobierno de Canarias, Fundación Banco Santander, PhotoEspaña e La Fábrica, che voleva considerare l'esperienza del tempo nelle sue varie accezioni. Lo ha fatto secondo diverse prospettive, in un’alternanza di punti di vista e utilizzando metodi e medium differenti: dalla fotografia [che ne è risultata la regina], al video, alla pellicola.
Lo spazio diretto da Cristiana Collu, dopo la mostra dedicata ad Ed Templeton [Il cimitero della ragione], ha ospitato un altro progetto complesso, che si è dispiegato sui quattro piani dell’elegante stabile, presentando i lavori di 17 artisti di rilievo del panorama artistico internazionale. Il tentativo curatoriale è stato quello di stimolare, far riflettere, sorprendere e stranire lo spettatore passando per varie tematiche: «la natura e gli effetti dell’interruzione fotografica, e di conseguenza ciò che questo implica nella percezione del movimento e la presunzione diegetica dell’immagine; il contingente, l’effimero e il caso come forma per mettere in rilievo l’instabilità delle opere stesse e le loro connotazioni temporali; l’analisi e la speculazione storica, passando attraverso pratiche relazionate con l’archivio, assieme all’esperienza della memoria individuale e collettiva, volontaria e involontaria; infine, l’articolazione tra la fotografia e altre modalità di immagine, definendo combinazioni e paradossi temporali che si creano in particolar modo tra immagine fissa e movimento».
Stimoli percettivi, ovattate atmosfere e finte verità targate Jeff Wall, Clare Strand, David Claerbout, Paul Pfeiffer, Jochen Lempert, Mabel Palacín, Steven Pippin, Erwin Wurm, Iñaki Bonillas, Hiroshi Sugimoto, Michael Snow, Tacita Dean, Daniel Blaufuks, Joachim Koester, Ceal Floyer, Ignasi Aballí e Michael Wesely. Magra illusione di indagare un tempo in sospensione verso il futuro, o almeno di volerci provare, di addentrarsi in intrecci che risultano sempre “grassi”. Al MAN era il tempo per farlo.
a cura di Giangavino Pazzola
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onDate 18.01.2011
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