Aware: 30 artisti e fashion designer tra moda, arte e identità alla Royal Academy di Londra
La Royal Academy di Londra in collaborazione con la casa farmaceutica GSK ospita sino al 30 gennaio la terza edizione di GSK Contemporary, Aware: Art Fashion Identity, a cura di Gabi Scardi e dell’artista Lucy Orta. Quest’anno il tema scelto è quello della moda, o più precisamente dell’abito, inteso come dispositivo utilizzato da artisti e designer per comunicare e svelare elementi della nostra identità.
Non si tratta di una storia del costume, né di un confronto tra artisti e designer, piuttosto la mostra si concentra su alcune tematiche, a dir il vero non accuratamente sviluppate, un po’ a causa dei difficili spazi dei Burlington Gardens, che non permettono il dispiegarsi di un display fluido, un po’ per la mancanza di un chiaro impianto teorico a scandire le diverse sezioni.
Le opere dei trenta artisti selezionati riflettono sull’abito come rappresentazione di una storia personale o culturale, come simbolo di appartenenza o di dislocamento, come struttura protettiva e portatile che si sviluppa intorno al corpo, o ancora come veicolo del momento performativo che alla base della moda.
A parte una breve parentesi, che ci riporta alle ricerche degli anni Sessanta e Settanta, dove più che l’abito è il corpo a essere espressione di un’identità problematica, (Yoko Ono, Cut Piece, 1965 e Marina Abramovic, Imponderabilia, 1975), la mostra si concentra su lavori di artisti che riflettono su tematiche più attuali, soprattutto legate ai fenomeni di globalizzazione e ai conflitti politico-culturali del mondo contemporaneo. Come Kuwait Stock Exchange di Andrea Gursky, dove il ruolo dei singoli è suggerito dalla molteplice e moltiplicata presenza del thobe e della kefiah bianchi, o la moschea portatile di Azra Akšamija, un’architettura progettata intorno ad un corpo nomade ma che continua a sentire l’esigenza di mantenere un’identità, in questo caso religiosa, durante il suo vagare.
Il desiderio di privacy sempre più urgente nelle società occidentali è alla base della ricerca dello Studio Acconci, che progetta Umbruffla, un ombrello realizzato con strati di poliestere riflettente che avvolge l’individuo come in una conchiglia, occultandone la vista all’esterno e garantendo un’isola mobile di assoluta anonimità, dove il corpo è camuffato dai riflessi della città.
Brillante e sarcastico il lavoro del palestinese Sharic Walked, Chic Point (2003), che presenta una collezione maschile prêt-à-porter ispirata ai checkpoint israeliani: chiusure lampo, bottoni e scollature audaci permettono di scoprire rapidamente ampie zone di carne, rendendo glamour l’umiliante pratica di perquisizione alla frontiera. Le immagini della periferia di Mumbai che scorrono nella videoinstallazione di Kim Sooja, Mumbai: A Laudry Field, inducono invece a una riflessione sull’impatto della crescente domanda di vestiti a poco a prezzo sui paesi emergenti.
La riflessione sul carattere effimero della moda è alla base della ricerca di due fashion designer presenti in mostra, impegnati nella progettazione di tessuti enviromentally-friendly, pronti a scomparire una volta terminata la stagione. Say Goodbye è un vestito da sera in PVA, un tessuto a base di enzimi che si dissolve a contatto con l’acqua, realizzato da Helen Storey; la Maison Martin Margiela ci mostra il lento decadimento di una collezione trattata con una colonia batterica, suggerendo il progressivo e inesorabile esaurimento dell’oggetto che alla base del sistema della moda.
Probabilmente è Doll Clothes, uno dei primi film di Cindy Sherman, a rappresentare in pieno il tema della mostra. La bambola impersonata dalla Sherman trova una propria identità scegliendo l’abito che più la rappresenta tra quelli contenuti nella scatola, ma nel momento in cui viene svestita ritorna ad uno stato di conformità ed anonimità che la fa sentire improvvisamente a disagio. Sono gli abiti che portano noi, e non noi che portiamo gli abiti scriveva Virginia Wolf nell’Orlando: è questo ciò che emerge dai lavori selezionati, piuttosto che una passerella di abiti di alta sartoria. Indice del pieno riconoscimento del linguaggio della moda come espressione artistica, Aware esorta a guardare all’abito come fenomeno complesso e manifestazione più immediata e puntuale delle mutevoli identità contemporanee.
a cura di Manu Buttiglione
publishing by martina
onDate 29.12.2010
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