Le opere di Alfredo Jaar vogliono raccontare e porre domande. Soprattutto vogliono sensibilizzare le comunità e il pubblico verso problematiche di tipo politico e sociale, riguardanti l’emarginazione, la scarsa considerazione dei diritti umani, le tragedie collettive, la scorretta trasmissione di informazioni da parte dei media. Un artista che, cresciuto sotto la dittatura cilena di Pinochet, ha deciso di fare dell’arte pubblica il suo mezzo espressivo principale, credendo fortemente nell’arte come strumento attivo e socialmente responsabile.
Addentrandosi nella sua produzione Jaar ha dimostrato, in quest’ultimo incontro allo Studio Samorè, come sia fondamentale continuare a sollevare quesiti, realizzando progetti in cui la memoria e la coscienza collettiva vengono riattivate per non dimenticare, creando una connessione empatica tra pubblico e storia.
Toccante il suo progetto per il Museo della Memoria e dei Diritti Umani di Santiago del Cile, Geografia del Futuro (2005), in cui Jaar ha realizzato, nella piazza di fronte all’edificio, uno spazio sotterraneo che porta a vivere un’esperienza intensa incentrata sul ricordo delle vittime di Pinochet, commemorate nel museo cileno. Attraverso un gioco di alternanza tra buio e luce, gli spettatori sono portati a confrontarsi con le silhouettes delle persone uccise durante la dittatura, per poi ritrovarsi nell’oscurità totale - una pausa ricca di pathos e profondo rispetto- ed infine ritornare alla realtà, con la speranza che dopo questa esperienza la vita venga affrontata in modo più consapevole e responsabile.
Interessante anche il progetto realizzato per la città Skoghall, un museo di carta simbolo della comunità svedese nata e cresciuta attorno ad una fabbrica produttrice di questo materiale, poi bruciato a 24 ore dall’inaugurazione. Un “assaggio” di istituzione culturale per una popolazione che ha sempre pensato all’inutilità di un ente di questo genere e che, invece, a distanza di un anno ha richiamato l’artista a collaborare ad un nuovo progetto che verrà realizzato nel 2013.
Da non dimenticare infine progetti come quello per Montreal, Lights in the city (2000), in cui la cupola del parlamento canadese è stata illuminata da flash di luce rossa grazie ad interruttori posti nei rifugi per senza tetto della città, attivati ogni volta che qualcuno entrava per trovare asilo. Si è, così, sottolineata silenziosamente la presenza di queste “persone invisibili”, un modo per sfidare la responsabilità pubblica circa un problema che, in questa comunità così ricca, è evidente ma spesso ignorato.
a cura di Chiara Fumagalli