a cura di Alessandra Casadei
Cyou insinua i suoi tentacoli nel tessuto vitale dell'arte contemporanea, è sempre presente nei luoghi in cui l'arte si muove e vive, in cui parla di sé stessa, per questo Cyou non è mancata alla kermesse milanese di MiArt fiera dell'arte moderna e contemporanea.
141 gallerie, 866 artisti a disposizione di circa 40mila visitatori. Come ad ogni fiera che si rispetti sono i numeri a farla da padrone, ma noi di Ctv non ci siamo lasciati impressionare: siamo andati in giro a punzecchiare con le nostre interviste galleristi ed organizzatori, per riscoprire l'opera d'arte troppo spesso nascosta dal suo stesso mercato.
Barbara Polla, Francesca Minini ed Edoardo Osculati sono stati i primi a cedere alle nostre interviste, svelando il filo conduttore che unisce una galleria all'allestimento del suo stand. Come si pensa un'esposizione fieristica? Come far convivere arte e cultura e spazio senza perdere di vista il motivo principale della propria presenza ovvero il mercato?E soprattutto, che fine far fare all'opera in tutto questo?
Seppur con qualche diffidenza e non senza pudori di fronte alle nostre telecamere, tutti hanno mantenuto una linea comune per la quale l'opera d'arte è da sempre centro e fulcro attorno al quale essi strutturano la propria galleria ed il proprio lavoro.
Ed è da questo centro fisico e considerato insindacabile che nascono tutti i discorsi e le interpretazioni generando le differenze più interessanti tra i nostri interlocutori. Così se nello stand di Analix Forever si punta alla creazione di un ideale dialogo tra l'arte ed il mondo della moda e viceversa, attraverso il lavoro di giovani artisti come Andrea Mastrovito e Marie Hendriks, nello spazio allestito dalla galleria indipendente Cardi Black Box le opere di Piotr Janas e Shirana Shabazi mettono in scena una delle tematiche care alla tradizione dell'arte: la morte; e mentre artisti contemporanei affrontano temi classici, la galleria Francesca Minini punta sullo spazio che le è stato assegnato per mettere in mostra sculture sconnesse e specchi smontati e rimontati in un collage che si riconduce alla natura giustapposta tipica della fiera.
Certo che, nonostante la nostra voglia di riappropriarci del contatto con l'arte, MiArt rimane un non luogo che iperstimola le nostre menti e riempie gli occhi, uno spazio da sfruttare per gli addetti ma che sicuramente mantiene una costruzione straniante. Nemmeno l'incontro/scontro con l'utopico progetto del giovane Garuffio e la sua Umana Gallery riesce a convincerci che siamo qui solo per l'arte, rassegnati ormai ad un modello economico che continua a prevalere su quello estetico.
publishing by redazione
onDate 07.04.2010
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